Zio Vincenzo, negli ultimi anni della sua vita, si alzava presto, si lavava e spuntava leggermente i suoi baffetti sempre curati, baciava la sua amata Farora, usciva dalla sua casa nella parte alta di via Sassari, scendeva alla destra del Corso e si immetteva in via Azuni, dopo di che svoltava a sinistra ed entrava al Mercato. Ogni giorno.Andava a trovare mio padre. Stavano in silenzio. Si volevano bene. Zio Vincenzo aveva spalle larghe e muscoli forgiati dal vento e dall’aratro. Aveva odore di terra. L’olfatto è il senso più antico e più diretto. Arrivano all’amigdala e all’ippocampo, le zone delle emozioni e della memoria, senza la mediazione di vista e udito. Per questo il suo odore non evocava un ricordo ma riportava il tuo corpo direttamente bambino. Bambino che accarezzava la sua grigia cavalla, pettinava la criniera che lei, con i suoi delicati sbuffi e il nitrire solo accennato, pareva gradire.Quando mio padre ci portava in campagna, la terra smossa, chiara in superficie e scura e umida sotto, e l’odore della geosmina ti riportava agli anni ’50 e all’origine di quel legame profondo.Zio Vincenzo era amico di mio nonno paterno, lavorava con lui. Mio nonno muore a 49 anni. Mio padre ne ha 15, spaventato e indifeso. Quell’uomo originario di Putifigari, sposato a Ittiri con zia Farora, lo prende sotto la sua ala, gli insegna tutto sulla terra, sui venti e sulle stagioni. Lo forgia, in silenzio e con l’esempio. Io, quando accompagnavo la sua splendida cavalla nel corridoio di casa, sentivo quell’odore che sapeva di acqua, di terra e di vita. Non sapevo niente allora, ma era come se i miei sensi lo intuissero quel legame, quella presenza rassicurante a fianco di quello che diventerà mio padre, e desse un senso al mistero della vita, del nostro fugace passaggio.Anni dopo andai a salutarlo. L’ultimo saluto. Non so se è stata una illusione, uno scherzo dei sensi, ma sentìì un lieve sbuffo, un nitrire accennato e quell’odore di terra smossa dall’aratro.#storiediittiri