Le case e i morti
Cammino per le vie di Ittiri e guardo le case chiuse. Molte sono disabitate da decenni — le finestre murate, i portoni sigillati, qualche tetto crollato. Dentro c’erano famiglie, litigi, amori, morti. Fuori non è rimasto niente, solo pietra.
Ho cominciato a scrivere per questo: perché quelle case mi pesavano.
Non era nostalgia. La nostalgia è dolce, guarda indietro con tenerezza. Quello che sentivo era altro — una specie di torto, un debito. Quelle persone erano esistite davvero, avevano patito e gioito davvero, e stavano sparendo senza lasciare traccia. Non nei libri di storia, non nella memoria collettiva. Solo in qualche documento polveroso, se si aveva la fortuna di trovarlo.
Ho cominciato a cercare. Negli archivi, nelle relazioni mediche dimenticate, nelle storie tramandate sottovoce tra vecchi che se ne vanno anche loro. Ho trovato un medico che nel 1899 usava un siero sperimentale per salvare una donna incinta, e che scriveva al suo inventore con il cuore chiuso a ogni speranza. Ho trovato una ragazza uccisa perché rifiutava di piegarsi. Ho trovato pastori, levatrici, disperati e testardi. Gente comune che aveva vissuto cose straordinarie nell’unico posto che conosceva: questo paese.
Ho scritto le loro storie. Non per celebrarle — la celebrazione appartiene al folclore, e il folclore trasforma le persone in maschere. Le ho scritte per restituirle a se stesse: con le loro contraddizioni, i loro errori, la loro dignità. Senza abbellirle, senza renderle edificanti per forza. La vita di un contadino del milleottocento non era edificante — era dura, spesso ingiusta, a volte feroce. Ma era sua. Ed è questo che conta.
C’è un’altra ragione, più silenziosa. Capire il passato non è un esercizio sentimentale. È l’unico modo che conosco per capire il presente — perché Ittiri oggi, con le sue case chiuse e i suoi giovani partiti, non è caduto dal cielo. Viene da qualcosa. Viene da loro. Dai loro errori e dalle loro resistenze, dalle scelte che hanno fatto quando non avevano scelta, dalla testardaggine con cui hanno tenuto in piedi un mondo che il mondo non guardava.
Quaranta storie. Quaranta vite che rischiavano di sparire per sempre nell’indifferenza del tempo. Le ho scritte perché qualcuno doveva farlo, e io ero lì, con le loro case davanti e il peso di sapere che dentro c’era stato qualcuno.
Finalmente le ricordano.