A Ittiri, era il 2 maggio del 1795.
Antonio Simula, figlio di Giovanni Gavino e Giovanna Salaris, si trovava in Sa ena e Zulatu. Quello è il suo ultimo giorno prima di essere ucciso.
Antonio aveva tre sorelle. Lo adoravano. Era un ragazzo oltre il tempo : sensibile, attento con i genitori, non faceva distinzioni di genere. Cucinava, lavava i panni e apparecchiava, oltre essere un gran contadino. Amava leggere, amava informarsi, e quello era un tempo di grandi sommovimenti, quindi non poteva stare a guardare.
I suoi genitori parevano molto più vecchi della loro età. La fatica li aveva stremati. Lavorare la terra per Don Pietro per un tozzo di pane raffermo, questa era stata la loro vita. Antonio , quando la sera si sedevano al fresco, li guardava, e un misto di malinconia e rabbia si impossessavano di lui.
Erano settimane che Antonio incontrava altri nella sua stessa condizione. Riunioni segrete, documenti e analisi della situazione. Certo, c’era paura, contrasti, tentennamenti e abbandoni eppure, si andava avanti. Volevano vivere una vita dignitosa. Ognuno aveva cercato la via del dialogo, tutti i proprietari avevano sdegnosamente rifiutato anche solo incontrarli. L’unica via era quella di incrociare le braccia. Era stato un fatto inaudito, per il paese e per quelle famiglie abituate a pensare che il loro averi erano un dono del signore. Molti, spaventati, si erano tirati indietro, non Antonio. Aveva continuato la sua battaglia con determinazione, con lucidità convinto che era dalla parte del giusto.
Una sera, il padre, preoccupato lo mise in guardia – so quello che fai e per chi lo fai, solo che io voglio che tu viva la tua vita, purtroppo così sarà per sempre . –
Quella rassegnazione lo convinse ancora di più.
Quel giorno, il suo ultimo giorno, gli spararono alle spalle come i vigliacchi sanno fare.