L’assistente Rubicondo ricordò al Principe Bambino i doveri della giornata. Una lista infinita di impegni solitari, uguali ogni giorno, tutti i giorni di tutto l’anno.
– Non fate quella faccia Maestà, questo è il prezzo da pagare per il ruolo che il Signore vi ha assegnato. –
Era solo, il Principe Bambino. Era solo fin dalla sua nascita. Il primo vagito coincise con l’ultimo respiro della mamma. Il padre, il Re per grazia divina, non glielo perdonò mai. Le sue proprietà divine non avevano permesso alla moglie, la Regina, di rimanere in vita. Con questo senso di colpa nel cuore affrontava le sue dure, solitarie giornate scandite dai ferrei impegni imposti dal protocollo “ regale”.
Aveva solo due consolazioni, anzi tre. La prima era una foto del Nonno Defenestrato, che teneva sempre nella tasca sinistra e che , nei momenti più tristi, sbirciava di nascosto e che gli regalavano un sorriso, perché quella calda voce gli risuonava melodiosa nelle orecchie come fosse reale. La seconda era quando , solo nella sua stanza, guardava dalla piccola finestra , posta nel punto più alto della torre del castello, i bambini figli degli inservienti giocare e divertirsi con nulla. La terza era quando, sempre nella piccola finestra, si adagiava il fringuello Mattia. Era già un anno che si conoscevano, era un anno che conversavano, in un linguaggio comprensibile solo a loro, di come affrontavano le loro dure giornate.
– Ma tu puoi volare Mattia, io no … – si lamentava Il Principe.
– Un giorno lo farai anche tu, amico mio.- rispondeva convinto Mattia.
Il Principe pensava che fosse un modo di consolarlo. Come avrebbe potuto volare, nessun uomo lo aveva mai fatto, nemmeno il padre, il Re per grazia divina, come avrebbe potuto lui, piccolo triste solitario e insignificante bambino?
Era enorme il castello, come enormi erano le proprietà che l’occhio di un uomo normale non ne vedeva la fine. Il silenzio regnava sovrano, interrotto soltanto dal fruscio delle vesti della servitù e dal bisbiglio dei consiglieri del Re. Il Principe vi si aggirava come un fantasma, un po’ origliando quelle trame incomprensibili, un po’ divertendosi con i racconti fantasiosi che Carlito raccontava alle ragazze della cucina. Carlito non si sapeva da dove fosse arrivato, forse era lì dalla notte dei tempi, forse era un fantasma, ma i suoi racconti era affascinanti e parlavano di un mondo misterioso che solo pochi eletti potevano conoscere.
– Ma va la moccioso, è la voglia che ti fa inventare queste cose. – dicevano in coro le ragazze.
– Quello che vi racconto è tutto vero, cretine! – e andava via indignato.
Il Principe non poteva avere contatti con loro, tanto meno con Carlito, quindi si limitava a guardare, ascoltare senza essere visto, pensando che forse era lui un fantasma in quel castello e non Carlito.
– Non devi pensare che noi li disprezziamo – diceva Rubicondo le rare volte in cui era disponibile e di buonumore ( cioè quasi mai) – è che loro vivono in un mondo di fantasia dove immaginano, sognano e ridono, mentre tu devi concentrarti sullo studio in modo da essere pronto a regnare quando il Re, tuo padre, – e qui si faceva il segno della croce – verrà chiamato dal signore.-
– Ma … – cercava di replicare il Principe.
– Nessun ma ….- e così chiudeva il discorso.
Così erano le giornate del Principe da quando era nato. Da quella finestra vedeva scorrere le stagioni senza sentirne gli odori, senza che il vento gli sferzasse il viso e la pioggia lo bagnasse, senza che il sole gli colorasse i biondi capelli , senza che la luna gli allungasse il corpo in una lunga ombra e la notte lo avvolgesse.
Cosa avrebbe dato per capire cosa fosse l’immaginazione e la fantasia. Non sapeva che già questo era immaginare, che voler volare come il suo amico fringuello era sognare. Non lo sapeva perché nessuno glielo aveva insegnato, è già che di libri ne aveva letti e di testi studiati.
Tutto però avveniva nella notte, a sua insaputa, quando nella sua testa incosciente si sovrapponevano personaggi, luoghi e avventure senza che al mattino, quando si svegliava, non rimanesse che un riverbero pallido e stordente. Sapeva che era successo qualcosa, lo capiva dal letto madido di sudore e dal retrogusto che quelle avventure gli lasciavano in bocca, ma pensava fosse solo perché il suo sonno era difficoltoso, mai quieto. Soltanto una cosa ricordava, e il pensiero di questa cosa era fisso e quotidiano: una voce roca e un po’ tremante che lo invitava a voltarsi. Lui lo faceva, e per un fuggevole attimo vedeva il lembo di una veste rosa ondeggiare al vento travolgendolo di un profumo prima dolce poi acre, e poi più nulla. Quel profumo era vivido e reale, lo era anche ora che ci pensava e lo permeava di una malinconia struggente come se lo chiamasse a se, ora delicatamente e dolcemente, come la prima sensazione, poi violentemente, come l’acre della seconda sensazione.
Era questa sensazione di vivere due vite una all’oscuro dell’altra che lo confondeva, lo distraeva, come se non riuscisse ad afferrarsi: uno sconosciuto dentro di se, o forse era vero quello che aveva letto in non ricordava più quale libro, cioè che noi viviamo tante vite e qualche volta riemergono ricordi che sfuggono al divino. Chissà se era cosi. Queste cose a Rubicondo non le diceva. Avrebbe voluto parlarne con Carlito, sentiva che lo avrebbe capito. Come fare però?
Non le diceva più a Rubicondo da quel giorno che gli parlò del sogno e del lembo della veste rosa. Rubicondo ascoltò, e tirò un lungo respiro. Lo guardò con i suoi occhi acquosi e andò via. La sera, a cena, nell’unico momento in cui poteva stare col padre, nel lungo tavolo in cui poteva intravedere il volto ora oscurato, ora illuminato dal tremolio di luce delle candele, capì che aveva fatto un errore. Il padre non gli rivolse il solito, severo, sguardo. Chiamò il servitore e gli bisbigliò qualcosa. Il servitore percorse i diversi metri del tavolo e, con reverenza, invitò il Principe a seguirlo. Scesero le scale fino a un punto umido e buio. Il servitore scelse una chiave dal mazzo ben nutrito e aprì una porta cigolante. L’odore di muffa era forte e solo una piccola finestra, o meglio una fessura, faceva filtrare una lama di luce pallida. – il Re, suo padre, ritiene che qui possa riflettere sui suoi improvvidi pensieri. –
Il ricordo di quella porta cigolante che si chiude lo fa sobbalzare ancora oggi. Non ricorda altro se non una sensazione di freddo e paura nell’attesa di quella sottile lama di luce che gli faceva capire che il sole era sorto e un’altra lunga notte era passata. Forse il sogno è peccato … forse io sono un peccatore … lo sono senz’altro, però Rubicondo anziché sospirare poteva dirmelo, io non lo avrei più fatto. Ma io non ho colpe, mi arriva così, mentre dormo … –
Questi erano i pensieri che lo tormentavano dopo che fu uscito da quella stanza vicino all’inferno. Non parlò più di questo e di niente altro con Rubicondo, anche se il senso di colpa lo inseguiva ancora.
Carlito
Carlito, come diceva Rubicondo, non viveva in un mondo di fantasia, o meglio, la fantasia gli apparteneva, gli era necessaria per poter sopravvivere, ma le sue giornate erano di una fatica reale, molto reale. Rubicondo pensava che quella fatica immane a cui erano sottoposti tutti gli inservienti del castello, e non solo, fosse un dono che il Re faceva loro e che l’immaginazione fosse un inutile, fastidioso accessorio da cui il Principe doveva rifuggire come fosse il diavolo. Carlito viveva e dormiva in una piccola stanza senza nemmeno una finestra che facesse filtrare un lampo di luce. Carlito era a disposizione di Rubicondo notte e giorno per tutte le esigenze, vezzi e vizi. Se Rubicondo voleva che gli fossero lucidate le scarpe Carlito le lucidava, se Rubicondo aveva sete Carlito lo dissetava, se Rubicondo aveva fame Carlito lo sfamava, se Rubicondo era annoiato Carlito lo distraeva, se Rubicondo non dormiva Carlito gli conciliava il sonno. I suoi profondi occhi neri e i suoi capelli ancor più neri, con il corpo ancora adolescente, lo facevano sembrare un monello vivace e all’apparenza felice della sua posizione. Poteva mangiare, stare al caldo e vivere nel castello e , agli occhi degli altri, vivere della protezione del plenipotenziario Rubicondo. Lui non sapeva, non era a conoscenza di questa posizione “ privilegiata”, lui aveva perennemente un inquietudine nell’anima che, di nascosto, lo faceva rimettere almeno tre volte al giorno e, quando , di notte, poteva stare da solo per il tempo che Rubicondo gli consentiva, piangere grosse lacrime che al contatto col pavimento si materializzavano in compagni di avventure. Cosi la sua fertile immaginazione gli faceva credere. Questi compagni liquidi gli raccontavano storie incredibili e avventure mirabolanti, gli confidavano segreti e lui confidava loro i suoi sogni segreti, tanto che piangere era quasi una speranza, perché così ogni volta ritrovava i suoi amici fantasmi. Lui sapeva che vegliavano sul suo poco sonno, lui sapeva che lo proteggevano.
Come si è detto, non si sapeva da dove fosse arrivato e chi fossero i genitori, tanto che lui pensava fosse il frutto di una lacrima della principessa e che, forse, quel Principe bambino, era in qualche modo suo fratello. Il Principe a cui lui non poteva nemmeno rivolgere lo sguardo ma che ammirava e adorava perché sentiva fosse di animo gentile, immaginando un fluido misterioso che attraeva uno all’altro in maniera quasi indissolubile seppur, per il Principe,credeva, in maniera inconsapevole.
Nonostante queste lunghe ombre, che oscuravano la sua vita, manteneva uno spirito allegro che rivolgeva alle donne della servitù ; in particolare a Maria, la figlia della cuoca. Aveva pudore di rivelare la forte predisposizione verso di lei, l’annebbiarsi della mente alla sua vista, che dissimulava con scherzi e racconti inventati all’istante e che tanto divertivano e distraevano dal duro lavoro quelle donne piegate e invecchiate precocemente dalla fatica. Lui non lo sapeva, ma Maria aspettava ogni secondo quella visita , la ricordava la sera prima di dormire, la sognava la notte, la ritrovava appena dischiusi gli occhi all’alba.
La presenza di Maria era il motivo per cui Carlito restava in quel castello. Lui conosceva il segreto del tunnel segreto. Il tunnel che gli avrebbe regalato la libertà. Nessuno lo conosceva, tranne il Re e Rubicondo. E lui. Aveva scoperto la sua esistenza in maniera casuale durante una conversazione tra il Re e Rubicondo nel grande studio dove si riunivano per parlare di terre e di guerre. Avevano lasciato per distrazione il grande portone socchiuso e irresistibile era stato il desiderio di origliare.
Non aveva capito nulla di quelle oscure trame, ma vivida emerse la frase – passa per il tunnel e recapita la mia volontà , adesso! – del Re verso Rubicondo.
Lo aveva seguito resistendo a quel suo odore vomitevole e al fruscio della veste che tanto bene conosceva. Ne era valsa la pena. Nei recessi più recessi del castello vi era un muro che sembrava solo un muro, ma era una porta, che si apriva su un tunnel lunghissimo illuminato soltanto dalla torcia tremolante di Rubicondo. Quasi trattenendo il respiro, Carlito sentiva le tempie esplodergli dalla paura di essere scoperto, ma non ebbe il minimo ripensamento; sentiva che quella scoperta gli avrebbe cambiato la vita, percepiva il dischiudersi di sensi latenti che premevano e lo inebriavano. Eccitazione e paura erano il misto di sensazioni che lo percuotevano e lo attraevano. Rubicondo all’improvviso si fermò e si voltò di scatto, come avesse avvertito una presenza e Carlito pensò che il battito del suo cuore impazzito e che sentiva risuonare su e giù nel tunnel lo avesse fatto scoprire. Fu un attimo, poi Rubicondo riprese a camminare scuotendo la testa.
Dopo un tempo interminabile il plenipotenziario arrivò di fronte a un muro che anche stavolta non era un muro, bensì una porta mascherata e che, infilando la mano destra all’altezza della sua spalla, si aprì. La luce esterna delineò i contorni abbondanti di Rubicondo e infilandosi tra quei grossi e grassi fianchi accecò Carlito. Mise le mani negli occhi per proteggersi e quando li riaprì la finta porta ridiventò un muro e Rubicondo era sparito. Rimase al buio e attese di abituare gli occhi, ci mise un po’ e ebbe una paura che lo terrorizzò ma durò solo frazioni di secondo, poi ripetette il gesto di Rubicondo, e la porta si riaprì. Rimase all’interno e scrutò velocemente l’esterno. Una strada separata dalla campagna da cipressi malinconici e una nuvola di polvere che lentamente si riadagiava sul terreno: una carrozza aveva aspettato il plenipotenziario. Carlito aveva un segreto. La sua vita da quel giorno non fu più la stessa.
Antonia ( nello stesso tempo)
Antonia viveva nelle minuscole case di fango e paglia vicino al fiume . Aveva l’età del Principe bambino e di Carlito ed era l’ultima di 5 fratelli. Non sapeva cosa volesse dire essere bambina, non sapeva cosa fossero i giochi, non sapeva della sua bellezza straordinaria. Lei si occupava della piccola casa, preparava il poco cibo e lavava nel fiume gli stracci definiti indumenti. I suoi genitori e i 4 fratelli erano braccia e corpo al servizio del re dall’alba fino al tramonto. Ogni suo gesto, ogni suo passo o movimento irradiava una sensualità irresistibile e della sua appena esplosa bellezza si parlava nei borghi lontani e nelle campagne. Viandanti che si fermavano brevemente nella locanda, adibita anche a misera pensione, trasportavano come il vento la sua leggenda. La sensualità è qualcosa di inafferrabile, stordisce chi la subisce e attrae come un magnete, ma soprattutto rende iroso chi ne viene respinto alimentando invidie e pettegolezzi. Soltanto da qualche tempo aveva capito che il suo orizzonte non poteva essere limitato a quelle faccende, che ormai compiva meccanicamente tutti i giorni di tutto l’anno da quando aveva coscienza. Qualche casa più in là viveva una anziana distinta signora ( lo era per i suoi modi insoliti per quel posto) che sedeva per ore su una sedia di paglia sul ciglio della porta. Teneva sempre in mano un libro e raramente il suo sguardo veniva distolto da altro. Era misterioso il suo passato come misteriosa era la disponibilità di camparsi, seppur del poco che offriva quella terra. Era sempre curata e in ordine, come del resto la sua piccola casa, e Antonia si ritrovava a indugiare su di lei per lunghi momenti della sua giornata
. Un giorno trovò il coraggio di fermarsi e presentarsi. La signora chiuse il libro, si tolse gli occhiali , li depose delicatamente in grembo e alzò lo sguardo scoprendo dei chiari occhi verdi e regalando a Antonia un tenero sorriso. – io lo so chi sei, i miei occhi non sono sempre sui libri – aveva una voce roca che contrastava con la dolcezza dei lineamenti e con la grazia dei suoi movimenti. Antonia abbassò lo sguardo sul libro pensando che lì dentro vi fossero dei misteri per lei incomprensibili.
– È la storia di una ragazza di qualche tempo fa – fece la donna come intuendone i pensieri. – tu non sai leggere vero? – Antonia chinò il capo e non rispose . – è una cosa che si può risolvere sai? E sorrise dolcemente.
Da quel giorno Antonia non smise di frequentare la vecchia signora. Finite le faccende domestiche aspettava che tutti a casa dormissero, e in punta di piedi andava da lei. La ragazza aveva una resistenza incredibile passando tutte le notti, dopo le sue dure e lunghe giornate, a studiare febbrilmente e a imparare in tempi brevissimi tutto quello che la signora le insegnava. Assorbiva ogni cosa e rilanciava con domande acute e pertinenti, dotandosi in breve tempo di un vocabolario articolato e profondo ripetendo tutto durante il giorno. Fu cosi che si dotò degli strumenti che le permisero di tuffarsi su quei libri e sulle storie che la signora le illustrava in anticipo, abbeverandosi e inebriandosi di letteratura e delle avventure descritte tra quei fogli di un odore inconsueto e magico. Iniziò a vedere il mondo circostante in maniera differente, come se per la prima volta la natura intorno si animasse con una luce nuova e si colorasse di colori vividi e cangianti. Quanta vita prima di lei, quante storie e avventure, e poi l’amore cosi frequente in quei racconti – cosa è questa cosa che fa ridere e piangere e fa fare guerra e pace, che fa disperare e suscita emozioni cosi contrastanti – chiedeva alla sua vecchia amica. Lei la guardava, limitandosi a sorridere amaramente e a minimizzare col gesto semplice di una mano, come a dire niente di importante. Antonia sentiva che non poteva essere cosi ma niente sapeva, quindi il discorso finiva lì. Intanto diventava sempre più bella e le continue emozioni della conoscenza la dotavano di una luce ancora più irresistibile agli occhi di chi la guardava e la conosceva. La guardavano eccome, la seguivano eccome, e questo turbava profondamente la vecchia signora che così a fondo conosceva la natura umana.
Il Principe bambino ( qualche tempo dopo)
Il principe era turbato. Non riusciva a stare fermo, a pensare, a mangiare, non riusciva neppure più a sognare i suoi sogni perché non dormiva più. Mattia era da qualche giorno che non veniva più a trovarlo. Aveva tante cose da dirgli, aveva bisogno di lui e ripensava a quello che si erano detti l’ultima volta credendo che, forse, lo aveva offeso, lo aveva irritato e lui si era risentito. – ma no, ricordo perfettamente che mi disse “ a domani amico mio” quindi era sereno- . era fisso lì sulla finestra a guardare il cielo e l’orizzonte in attesa di vederlo, vedere le sue zampette posarsi sul cornicione e sorridergli. Non lo vedeva e non vedeva niente che volasse o si muovesse in quelle terre tranne i lavoratori piegati sulla terra. Era come fosse sparito ogni anelito di vita da quel cielo e che anche le stelle, la notte, giocassero a nascondersi dietro cupe nubi. Ogni tanto tirava fuori dalla tasca la foto del nonno come a cercare, pretendere, una risposta da quell’uomo saggio che non c’era più. Non la trovava. Qualcosa era successo, e questo era evidente dai movimenti di palazzo: erano tutti frettolosi, con Rubicondo più iroso che mai. Sapeva che il Re era arrabbiato, no, era furente, e questo era pericoloso per il mondo intero, ma il Principe non capiva, perché ogni stanza gli era interdetta, come le spiegazioni. Lui doveva continuare a vivere la sua vita come sempre.
Le nuvole oscuravano le tetre stanze del castello mentre il Principe , fisso alla finestra, si era accorto che nemmeno i figli piccoli dei servi giocavano più. Il cielo cupo aveva delimitato l’orizzonte e ora aveva un attacco di ansia, voleva rompere quei spessi vetri e volare come Mattia, cercare Mattia, infrangere quel muro di buio che levava ogni speranza. Battè coi pugni con tutta la forza che aveva i vetri ma non riuscì nemmeno a scheggiarli; del resto anche se li avesse rotti cosa avrebbe fatto, la sua stanza era talmente in alto che si sarebbe sfracellato senza le ali di Mattia.
Sentì come un cigolio e si voltò, spaventato e convinto fosse Rubicondo, ma con grande sorpresa si accorse era Carlito che, contravvenendo e quindi a costo della vita, entrava in contatto col Principe per la prima volta. Era un misto di paura e gioia quello che provava il Principe in quegli attimi lunghissimi. Paura per Carlito, gioia nel vederlo e con l’impulso irrefrenabile di abbracciarlo : era il raggio di calore che finalmente penetrava in quella stanza. Carlito chiuse piano la porta, allungò la mano e poi se la pose nel cuore, come a spiegare che aveva bisogno di alcuni secondi perché i battiti del suo cuore si ristabilissero, poi andò a sedersi e disse – ciao – che al Principe parve una nota musicale – ciao- rispose, come fossero due amici, due fratelli. – è da tanto che volevo incontrarti ma non avevo il coraggio … non sapevo se lo avresti accettato, sai … tu … il Principe, ma ho dato retta al mio cuore, anche se in questo momento batte sul petto come un tamburo. – e prese la mano del Principe e gliela posò sul cuore – . Il Principe abbassò gli occhi per la vergogna, spiazzato dalla naturalezza dei gesti di quel ragazzo dai capelli ribelli e dagli occhi vivaci e profondi. Non era abituato ai contatti e provò una strana inquietudine che lo turbò non poco.
– Avevo urgenza di vederti, stanno succedendo, anzi sono già successe, cose gravissime. Avrai notato che non ci sono più uccelli nel cielo? – il Principe annuì. – e che qualsiasi forma di libertà, gioia, scherzo è stata bandita dalle terre di tuo padre? . Il Principe fece no con la testa perché questo non lo sapeva, anzi nemmeno conosceva cosa fosse la libertà , tranne quella di sognare e di avere la foto del nonno nascosta. Ma questa, pensò, forse era solo una forma di disobbedienza. – comunque, dicevo, tuo padre sta per scatenare un’altra guerra per la conquista non so di quale altro regno e vuole che tutti siano concentrati su questo perché i destini del nostro regno e la sua gloria dipendono da questa sconfitta. Gli sono giunte voci, anzi una voce, quella di Rubicondo, che nei paesi la bellezza e la gioia avrebbero messo a rischio il regno. Gira voce che da un po’ di tempo qualcuna abbia instillato come veleno nella testa delle persone l’idea che il bello appartiene a tutti, che ogni cosa della terra e del cielo è un bene che ci deve nutrire materialmente e spiritualmente. –
Il Principe ancora una volta non sapeva perché ma capì , in quel preciso momento, che la sua vita non sarebbe più stata la stessa, che i momenti bui e l’angoscia di quei giorni avevano trovato un argine e che da quell’argine nemmeno uno spruzzo sarebbe defluito. Sbagliava . La sua vita sarebbe cambiata ma da quell’argine più di uno spruzzo sarebbe defluito.
Antonia ( appena prima)
Cantava e lavava e il suono dell’acqua che scorreva accompagnava quella voce melodiosa. Anche gli uccelli smettevano di cinguettare e battibeccare per ascoltarla. Nonostante non dormisse quasi più il suo viso e i suoi occhi erano freschi come quell’acqua di sorgente . Il suo corpo era in armonia con tutto quello che la circondava e il giorno e la notte parevano non bastarle tanto era grande la voglia di vita di Antonia. Si apriva al mondo ed era una condizione che stordiva, inebriava e stordiva ancora, soprattutto quando volgeva lo sguardo verso quell’orizzonte che pareva infinito.
Qualcuno la stava guardando. Qualcuno a cui erano arrivate le voci di questa creatura quasi mistica per la sua bellezza. Qualcuno che pensava che tutto era suo, quell’acqua, quegli alberi e quell’orizzonte e che di conseguenza anche quell’angelo gli apparteneva. Quella ragazza gli aveva risvegliato sentimenti che pensava seppelliti in tonnellate di cinismo e disincanto, non riusciva a non pensare a lei , lo intimidiva e questa non era una condizione accettabile per lui. Non era nemmeno accettabile, per lui, essere schiavo di un qualcosa , mentre era vero il contrario: gli altri erano suoi schiavi . Per questo ri seppelliva ogni cosa e faceva emergere quella condizione che gli veniva più naturale da sempre, la malvagità. La malvagità che lo portava a credere che il possedere gli fosse garantito da qualcosa di divino , perché forse il divino era lui, il Re, il padrone di terre e respiri, il padrone di vite. Quindi lei doveva essere sua na-tu-ra-l-me-nte. Però ….si però, nonostante tutte queste certezze rimaneva lì paralizzato nascosto come un qualsiasi furfante, come un ladro di infimo rango. Quella ragazza era diventata una leggenda anche per come pensava, per come, attraverso la sua bellezza, insinuava idee di bellezza e di libertà, e questo non lo avrebbe permesso. La ragione gli diceva che doveva eliminare qualsiasi anelito di libertà, stroncarlo sul nascere, però… però rimaneva lì come un Salieri che ascolta le melodie di Mozart, come un ingenuo fanciullo ammaliato . – padrone , non permettere che questa insana passione metta a rischio il regno – gli disse Rubicondo , esperto di malsane passioni. – questa fanciulla dietro quella facciata angelica nasconde il demonio. Io lo vedo come chiunque la incroci pare posseduto da satana, come la sua vita cambi…. Poi delle donne in paese chiacchierano … eh se lo fanno. Pare che i suoi princìpi non siano ineccepibili, tutt’altro mio Signore. –
Sapeva , Rubicondo, che quello era argomento sensibile per il Re. Infatti questi iniziò a respirare affannosamente, preludio ai motti d’ira ormai leggendari. Il sorriso dell’attendente però si smorzò vedendo che il Re riprese a respirare in maniera regolare e gli ordinò di mettere a tacere qualunque voce su di lei.
– Padrone, permettetemi di insistere, ma più che della ragazza parlerei della donna che insinua queste brutte idee di … non riesco nemmeno a pronunciare quella parola – il subdolo Rubicondo era uomo fine nelle strategie e sapeva che recidendo quel legame avrebbe reso innocua quella ragazza.
– Chi sarebbe quella donna, non è possibile che nel mio regno io non conosca anche la pietra più minuscola. Come puoi non sapere chi è e come è arrivata qui, maledizione. –
– Datemi qualche giorno ancora e saprò tutto, Sire. -.
Il Principe e Carlito ( dopo l’editto)
Carlito pensava che il Principe sapesse e potesse aiutarlo ma capì subito da quegli occhi smarriti che non poteva. Vi fu un lungo silenzio amplificato dalla totale mancanza di suoni dall’esterno. La mancanza di gioia e suoni opprimeva come le prime nuvole di un autunno in anticipo. Carlito doveva prendere per mano il Principe e farlo uscire dal passaggio segreto: troppe orecchie in quel palazzo.
Percorsero il palazzo giù fino alle sue viscere. Il principe era confuso e spaventato ma eccitato. Tenere la mano di Carlito gli provocava uno stato d’animo inconsueto e sconosciuto. Lo guidava in maniera sicura in quell’azzardo che poteva costargli la vita. Perché lo faceva, lui non avrebbe potuto aiutarlo contro il Re, lui non poteva pensare di perdere il suo amico, l’unico, perché lo sapeva in cuor suo che erano amici e lo sarebbero rimasti per il resto della vita. Ebbe un sussulto e si fermò e così fermando la corsa di Carlito che, sorpreso, si voltò perplesso – no, non lo facciamo – disse ansimando – ho paura-
Carlito pensò che la paura del Principe fosse per l’atto di disobbedienza senza capire che quel bambino , che un domani avrebbe regnato sul regno, non aveva paura per se stesso ma per lui.
– Nessuno si accorgerà vedrai – solo allora si accorse che due lacrime rigavano il rotondo viso del Principe. Forse allora capì. Spinto da un impulso insolito si tese e lo abbracciò, gli asciugò le lacrime e gli sussurrò che ora c’era lui a proteggerlo, a guidarlo – si ma chi proteggerà te, Carlito.
– – ma quelli come me non moriranno mai Principe aha aha aha . –
Il Principe sorrise e tirò su col naso, ripresero la corsa, ora col cuore più leggero ma colmo di amore.
Arrivarono al muro e Carlito ripetè il gesto di Rubicondo e la porta si aprì. Il Principe sgranò gli occhi e guardò Carlito che sorrideva. Una folata di vento scompigliò loro i capelli. Il Principe chiuse gli occhi e respirò a lungo quell’aria piena di profumi, se ne riempì i polmoni e in maniera irrazionale vi corse incontro come impazzito.
Correva il Principe, correva e respirava a pieni polmoni quell’aria tersa, stordito, come quegli uccelli liberati da una gabbia troppo stretta. Poi, all’improvviso, si fermò, guardò in alto, lontano, e vide la sua finestra, si ricordò di Mattia, il suo amico scomparso, e il suo collo fu come stretto in una morsa, ansimò e svenne.
Quando riaprì gli occhi vide il ciuffo e poi gli occhi neri di Carlito che lo guardavano e il suo sorriso smorzato dalla preoccupazione. Si sentiva responsabile ora per quel suo amico così fragile e non gli importava nulla delle conseguenze che quelle azioni gli avrebbero provocato, ma gli importava soltanto del principe bambino, della sua felicità. – come stai – chiese con timore. – mi gira un po’ la testa…ho pensato a Mattia.
– Troveremo Mattia, te lo giuro. –
Antonia ( dopo l’editto)
Antonia era inconsapevole di quello che era successo. Aveva lo sguardo smarrito e non capiva perché il sole ora era pallido e la luna di notte era spenta. I fiori non germogliavano e nessun uccello cinguettava. Il lago ora era un acquitrino maleodorante. Antonia vagava tra i campi e disperata cercava la donna che le aveva fatto amare la vita. Era rimasta la sua sedia vuota e un vento gelido che piegava i rami rinsecchiti e un nodo che le rinserrava la gola. Più in la i residui di un falò e una pagina bruciata. Capì che ogni cosa fu bruciata e Antonia si piegò in due dal dolore. Scoprì il dolore e la disperazione e la solitudine. Quelle parole, quelle pagine le avevano aperto il cuore e la mente verso un orizzonte luminoso. Ora i suoi occhi vedevano solo il fumo che smaterializzava quei pensieri rendendoli reali e tangibili.
Nessuno le dava risposte, tutti erano scostanti e sbrigativi e anche la sua famiglia la trattava con disprezzo.
Perché si chiedeva, cosa c’era di sbagliato in lei che la gente ora la evitava, la scansava come se avesse la peste. Era malvagia forse? Il suo cuore era di pietra e quindi gli altri soffrivano? Dove era la sua amica, lei le avrebbe dato risposte, forse avrebbe capito, perché ora non capiva, ora sentiva, sentiva la disperazione reale come la terra che calpestava.
Insieme al dolore scopriva la sensazione dell’abbandono in quella terra a lei ora sconosciuta, aspra, le provocava spasmi in tutto il corpo, in quel corpo bellissimo e aperto a ogni bellezza. Antonia era sola ora, sola con la consapevolezza di essere sbagliata, certa di esserlo. Stringeva le mani e serrava le mascelle tanto da fare male e cercava nel ricordo delle parole, dei sorrisi della vecchia un po’ di calore, ma pareva così lontano tutto questo che il dolore aumentava. Allora camminava, camminava senza sapere per dove.
A un certo punto, sfinita, si sedette su una roccia sotto un albero, poggiò la testa e senza rendersi conto, si addormentò. Dopo un po’ sentì una mano che la scuoteva dolcemente; era la sua amica che sorridendo le diceva di avere dormito tutto quel tempo. Si destò con uno scatto e si accorse di avere sognato, era stato un brutto sogno, lei era li con la vecchia e i suoi libri, con i suoni della natura sullo sfondo e col cielo sgombro da nubi. Si ,aveva soltanto sognato, era stato un incubo e allora pianse, pianse, pianse di gioia, di disperazione al ricordo fresco di quell’incubo che pareva reale, vivido. In fondo al cuore però qualcosa non la convinceva: sapeva di essere sveglia, quella era la sua amica, l’umido delle lacrime era reale insieme al respiro affannoso eppure…eppure non provava sollievo ma terrore profondo,autentico, come autentico era il viso e il ciuffo ribelle di Carlito che, insieme al principe aveva intravisto quella ragazza che pareva un dipinto sotto quell’albero. Allora capì di avere sognato tutto il tempo e si destò di scatto e comprese che la sua amica non era lì con lei, con i suoi libri, e che non erano i suoni della natura quelli ma i battiti del suo cuore sgomento.
Il Re e Rubicondo ( poco prima dell’editto)
Rubicondo guardava, senza essere visto, il Re. Continuamente. Era preoccupato perché non si interessava più del suo regno, delle terre e delle strategie per moltiplicare il potere da cui entrambi si abbeveravano e si alimentavano. Il pensiero del Re era per Antonia, l’unica persona per cui il potere e i soldi non contavano niente. Rubicondo non riusciva a farsene una ragione – suvvia tutti abbiamo delle passioni, ma esserne schiavi…dai – pensava mentendo a se stesso. Era maestro nel mentire e lo era nelle strategie, anche se ora si sentiva impotente . Non aveva mai visto il Re così umano e quindi incapace di qualsiasi atto o scatto che in qualche modo decidesse di liberarsi da quella ossessione che lo paralizzava e lo inibiva . Dopo mesi che la osservava, la agognava, lo aveva convinto a farsi avanti, rassegnato all’idea che l’uomo più potente della terra si sposasse con una popolana. Lo aveva fatto dando fondo a tutte le sue capacità di persuasione e infine ce l’aveva fatta. Prima però doveva rendere fertile il terreno; non nasce nulla se non si concima per bene. Andò dai genitori della fanciulla con cavalli e cavalieri e fare ufficiale. Immaginate quella povera gente che di punto in bianco vedono l’uomo più potente dopo il Re oltrepassare la soglia della loro povera casa. Non capivano e all’inizio ne furono terrorizzati: cosa potevano aver fatto di male, pensarono. Quando Rubicondo spiegò loro il perché della visita in un attimo si dischiusero le porte del paradiso. Quale benedizione, quale miracolo il buon Dio gli aveva fatto pervenire tramite quella figliola. Balbettavano tenendo la testa bassa per rispetto ma col cuore che balzava come acqua tra le rocce e con brividi che attraversavano i loro corpi piegati dalla fatica. Dissero che non era necessario attendere la risposta di Antonia perché loro avevano già deciso – benedetto Dio e il Re – .
– E sia, vi faremo sapere quando verremo per accompagnarvi a corte con la ragazza. – furono le parole di Rubicondo che a malapena mascherava il disgusto per quella malaugurata situazione.
Quella povera famiglia tardava a rendersi conto di quello che era successo. Erano storditi e confusi ma avevano la certezza che ogni privazione fosse finita, ogni ferita sanata e il futuro era luminoso come il sole a mezzogiorno.
Antonia disse no. No e poi no. Come potevano pensare che lei sposasse qualcuno senza amarlo, come potevano solo immaginare una cosa del genere e soprattutto decidere loro e non lei. Antonia non dava colpe alla sua famiglia; lei capiva che la sua vita era cambiata per le letture e con la scoperta di cose inimmaginabili appena poco tempo prima. Loro erano poveri, analfabeti, avevano le vite spezzate da fatica e privazioni e quella proposta avrebbe posto fine a tutto questo, ma lei non poteva essere l’agnello sacrificale, lei voleva essere libera, povera ma libera e pazienza se avrebbero faticato ancora e ancora, lei non avrebbe ceduto a quel ricatto morale. Naturalmente sottovalutava le reazioni della sua famiglia e soprattutto del Re, e nella sua ingenuità pensava che il discorso che avrebbe fatto avrebbe messo tutto a posto.
– Tu sei una maledetta egoista, ti hanno riempita di stupidaggini e non ti importa di noi e dei tuoi fratelli…tu sei una maledetta. –
Continuarono per giorni cercando di piegare la volontà di Antonia, continuarono a insultarla e picchiarla sempre più con violenza e crudeltà. La privarono del poco cibo che avevano e la tennero rinchiusa come una criminale, ma lei era irremovibile – meglio morire- ripeteva continuamente.
Il Principe Carlito e Antonia
Dopo tanti giorni l’eccitazione per quelle loro fughe aveva lasciato il posto a una malinconica sensazione. L’ebbrezza per quei momenti di libertà era diventata piano una inquietudine sempre più evidente nei loro volti. Quella mancanza dei suoni della natura, il naturale rumore della vita era scomparso , come i sorrisi, come la voglia, nonostante la fatica del quotidiano, di parlare e raccontare. Era come se Dio avesse deciso che gli uomini non meritassero di godere la bellezza del mondo. Il Principe guardava turbato Carlito che cercava in ogni modo di tranquillizzarlo dicendogli che forse la natura, il mondo, si era presa una vacanza.
Raccontava le sue storie fantasiose e faceva un po’ ridere il Principe, ma poi rimaneva il silenzio, cupo, assoluto, in cui anche i loro respiri parevano sospesi.
I paesi avevano le misere imposte chiuse e una bruma greve pareva avvolgerli, quasi soffocandoli. Gli alberi avevano i rami che parevano braccia rachitiche protese a cercare luce inutilmente, mentre il fiume un rigagnolo che fluiva stancamente ormai verso il nulla. Senza nessuna spiegazione , a cadenza regolare, si sentivano delle campane dai lugubri rintocchi. Dall’alto della sua torre d’avorio il principe non immaginava tutto questo e ora il suo cuore sanguinava. Stringeva in mano la foto del nonno per avere un po’ di conforto e a volte si aggrappava al braccio di Carlito, gli occhi spaventati e il respiro affannoso. Allora Carlito aumentava il passo, come se aumentando i passi potesse uscire da quella favola nera che avrebbe avuto un finale gioioso, splendente, e in cui la vita sarebbe nuovamente esplosa nel suo fragore e nella sua magnificenza. Camminarono per ore ignari del tempo che passava quando all’improvviso Carlito la vide lì, sotto le spoglie di un ciliegio, distesa come fosse un dipinto . Corse prima il cuore a raggiungere quell’affresco posato , inerme , col viso contratto in preda a degli incubi terribili, cercando, con la mano di piuma, di scuoterla da quel sonno. Lei aprì gli occhi , li ruotò non capendo e di scatto si alzò cacciando un grido, forse di sollievo, forse di paura, Carlito non capiva colto come era alla sprovvista da quel tumulto di sensazioni che lo aveva investito. Un attimo, durò solo un attimo l’illusione che tutto intorno fiorisse e il sole sorgesse illuminando una natura ora rigogliosa e in fermento. Era lui e lei e il mondo iniziava con loro. Svanì ai singhiozzi della ragazza che le scuotevano tutto il corpo e spaventarono Carlito e il principe che non sapevano cosa fare, paralizzati. Si guardavano e si muovevano nervosamente aspettando che Antonia finisse quelle lacrime che parevano inesauribili con i singhiozzi che risuonavano nel silenzio cupo del bosco.
Come spinto da un impulso irrazionale Carlito la abbracciò e lei si strinse forte in un abbraccio disperato, facendo capire che lei ora non era più sola e che ci sarebbe stato lui a proteggerla , a tenerle la mano per il resto della vita. Pensava questo Carlito, si sorprese a pensarlo quando la stringeva e i loro corpi parevano saldarsi con i loro cuori che battevano sincronizzati. Non importava in quel momento quello che avveniva intorno a loro, contava essersi trovati.
Il principe osservava, e ora la sorpresa e la paura avevano lasciato il posto a una strana sensazione, un fastidio forse, che ben presto scacciò via come fosse un insetto fastidioso . Si avvicinò a loro e si sedette vicino ignaro , in quel momento, che quella creatura era la causa di tutto .
Parlarono, Carlito e Antonia si accarezzavano con gli sguardi, un fluido di calore li attraversava. Poi calò il silenzio e, guardandosi intorno, si ripiegarono ognuno nei suoi pensieri.
Era tardi, bisognava rientrare. Il principe pose la mano sulla spalla di Carlito, che abbassò lo sguardo: il principe capì. – devo riaccompagnare il mio amico a casa . – Antonia guardò Carlito , che la abbracciò sussurandogli che sarebbe tornato subito – tu riposa un po’ . –
Camminarono un bel po’ senza parlare, ognuno cercando le parole per spiegare quello che provava, ognuno credendo che questo fatto non li avrebbe separati, anzi, avrebbe rinforzato il loro rapporto e avrebbe messo le basi per un futuro, loro e di tutti, bello e luminoso. Quello che da li a poco sarebbe successo avrebbe smentito i loro sogni.
Il Re
Era una sensazione sconosciuta quella che provava. Da quando aveva coscienza ogni suo piccolo desiderio veniva esaudito, e questo per lui era una cosa naturale. Era nato per comandare e per piegare uomini e gli elementi naturali, e questa sua dote era vista come un dono diretto del Signore. Il suo umore poteva cambiare l’umore delle persone e determinare l’ordine o il disordine nella natura. Quando era allegro intorno a lui tutto era radioso e la natura esplodeva di vita e di canti , mentre quando era di pessimo umore il sole insieme ai sorrisi e ai canti si spegnevano. No, pensava, lui non era un dono del Signore, lui era Dio.
Un Dio generoso, iroso, vendicativo e crudele. Un Dio ora innamorato e respinto. Questa sensazione sconosciuta procurava uno stordimento e con questo un timore che lo paralizzava. Rubicondo era certo che quando quella strega lo aveva rifiutato le saette e i fulmini l’avrebbero incenerita, e invece osservava quel Dio essere ridotto come il più miserabile degli uomini, incapace di muovere un solo dito contro di lei. Aveva tentato tutti gli artifizi possibili, tutta la sua arte di manipolatore per convincerlo di farla sparire dalla faccia della terra con un solo soffio, ma non era riuscito, anche lui, per la prima volta. Si, l’editto rendeva permanente lo stato di lutto e di punizione per tutti e ogni cosa, perché il mondo doveva avere i colori cupi del suo umore, ma Rubicondo sapeva bene che questo avrebbe portato tutti alla rovina. Non era bastato portare alla sua corte le più belle donne del mondo per fargliela dimenticare; donne che avrebbero fatto qualsiasi cosa per diventare sua moglie. L’assistente, suo malgrado, comprese che il cuore del Re era stato rapito da quella strega.
Avevano fatto sparire quella vecchia megera che aveva influenzato Antonia e insinuato quelle idea nefaste di libertà e emancipazione, avevano tolto il lavoro alla famiglia incapace di educarla, avevano oscurato il sole e eclissato la luna , ma il cuore di Antonia non lo avevano avuto. – stramaledetta…. Stramaledetta – ripeteva Rubicondo facendo saettare la veste tra quei silenziosi corridoi , sempre più paonazzo in viso.
Antonia
Aveva perso tutto, la famiglia, la sua amica, i suoi libri, ma ora non aveva più quell’oppressione nel petto che la piegava in due. Tenere la mano di quel ragazzo sconosciuto le infondeva un coraggio che pareva irrazionale dopo che il suo mondo era andato in frantumi. Le pareva che in quell’ arido universo fosse germogliato un piccolo seme di speranza. Era successo tutto così in fretta che ripensare agli avvenimenti degli ultimi mesi le procurava quasi la nausea. Si guardava intorno e indietro e vedeva macerie, le mancava la sua famiglia, le mancava la sua amica e i suoi libri, forse le mancava l’inconsapevolezza che la proteggeva, ma alzando lo sguardo e stringendo quella mano sudata trovava una forza che non capiva, sconosciuta, ora che la razionalità le diceva che non ce l’avrebbe fatta , l’istinto le rispondeva che invece si, non so come né in quale modo ci sarebbero riusciti, e allora stringeva forte Carlito che le sorrideva, forse intuendo i suoi pensieri.
Il Principe
Il principe tardava a mettere ordine nella sua testa dopo le emozioni degli ultimi giorni. La sua vita piatta e incolore all’improvviso si era trasformata in un frullato di emozioni , di rutilanti trasformazioni, ma anche di profonde lacerazioni. Quando Carlito lo aveva riaccompagnato e il pesante portone in pietra si era richiuso alle sue spalle sentì una netta sensazione di separazione,uno smarrimento che il buio del tunnel amplificò facendolo avanzare a fatica. Poi, quella sensazione, quel sapore acido che saliva dal profondo dello stomaco su fino alla bocca che cercava di ricacciare come un mostro degli abissi che testardo risaliva con i suoi agili, luridi tentacoli. Carlito sarebbe tornato si raccontava, e allora quelle zampette acide si ritraevano, Carlito spariva con quella strega, e allora intravedeva la mostruosa testa di quel lurido essere , non poteva essere che il suo amico non rientrasse a parlare con lui, a ridere con lui …. si, lui domani sarà qui, in questa stanza, a ridere e a raccontare i suoi incredibili racconti e dopo usciremo e cercheremo Mattia e poi fioriranno le rose, i peschi , i ciliegi e il sole sarà implacabile nel suo calore e la luna brillerà dipingendo la notte di chiaro scuro ….. e ….. i singhiozzi lo scuotevano e le lacrime rigavano quel volto chiaro e contratto e nemmeno guardare la foto del Nonno defenestrato acquietava e placava quella cascata di acqua salata e moccio. Si sdraiò nel fianco sinistro come era solito fare, chiuse gli occhi e cercò di sognare quella veste rosa per sentirne il profumo acre e dolce , ma sentì soltanto l’odore dell’abbandono, quello della solitudine e della disperazione.
Quella veste che era stata della madre e che lui scoprì anni dopo, ancora con il profumo di lei, e che nei sogni riappariva puntuale, ora non lo consolava più, lo infastidiva e il ricordo del profumo lo nauseava. Strappò pure la foto del nonno, quell’essere inutile, romantico, che per amore abdicò, e scappò, vile….essere abbietto. Non aveva più catene il Principe, ora era libero di seguire quello che credeva la sua natura senza più l’odore dell’abbandono e della solutine che era dei deboli.
Rubicondo
Il suo mondo andava in pezzi. Il rossore del viso rendeva patetica quella faccia paffuta e eternamente sudata. Il tremolio del labbro superiore lo tormentava , come il pensiero di aver perso Carlito in una inaudita forma di disobbedienza, inimmaginabile nemmeno nei suoi peggiori incubi. La sua paranoia lo aveva spinto a chiudere anche gli spifferi del castello, vietando a chiunque di parlare, scherzare e tanto meno ridere, vedendola come una mancanza di rispetto verso il Re e se stesso. Parlava continuamente tra sé, continuando a controllare porte e finestre e origliando per vedere se qualcuno trasgrediva al suo ordine di silenzio e disciplina. Non dormiva e mai toglieva la sua veste ormai lisa , evitava di guardarsi allo specchio e anche il lavarsi era una perdita di tempo, tempo levato al controllo ossessivo del tutto. Era ormai stremato e sapeva che la pazzia sarebbe stata l’approdo naturale, e quindi, in un attimo di lucidità, pensò che ci sarebbe voluta una guerra, la cara sorella guerra che lenisce i dolori, fa dimenticare e distrarre, poco importa che ci saranno morti, perché , anche stavolta, sarà per una giusta causa: la salvezza del regno, e quindi la sua.
Usò tutte le sue armi col Re, mai fu così determinato a ottenere da quell’uomo, ormai diventato uno spettro esangue, l’autorizzazione a procedere in quel folle disegno. Costruì un pretesto e poi provocò un incidente tale che “ Maestà, è chiaro che dovremo rispondere con forza inaudita a questo tentativo di invasione!”
Fu così che il Re e tutte le sue truppe partirono per la guerra. Schierati e armati attraversarono quelle terre aride e tristi con solo le torce a illuminarne il passaggio.
Un po’ di tempo dopo
Erano passati dei mesi ormai, e la piccola casa diroccata era diventata stabilmente la loro dimora. Il Re era ancora in guerra e il Principe, grazie a uno stratagemma, riusciva a portare dei viveri a Carlito e Antonia. Approfittando del fatto che Rubicondo ormai era in preda a deliri e vaneggiamenti, il Principe, tramite Maria, faceva recapitare cibo e acqua al suo amico insieme a un biglietto in cui vi era scritta un’unica parola “ ritorna”. Non era facile per Maria vedere il ragazzo di cui era da sempre innamorata guardare Antonia con quegli occhi totalmente arresi all’amore . Stringeva forte al petto l’involucro riempito di quel prezioso cibo che con le mani tremanti e gli occhi bassi porgeva a un sorridente Carlito. Non aveva risentimento Maria e il suo cuore, nonostante il suo amore, non conosceva né invidia né malvagità e, per quei fatti inspiegabili dell’animo umano, provava gioia nel poter aiutare quel ragazzo dal ciuffo ribelle e dallo sguardo sognante. Non che le lacrime non scendessero, mute, nel suo viso rotondo, ma saperlo al sicuro le rendeva lieve il ritorno al castello, sapendo che il giorno dopo lo avrebbe comunque rivisto.
Il Principe
Rubicondo vedeva fantasmi dappertutto . Faceva pena quell’omone dalla faccia rubizza e dall’animo intrigante. Il Principe lo guardava e, piano, iniziò a parlare con lui, ma non come avveniva in passato, ma in un modo nuovo, diverso, più intimo. Era il segnale che la sua solitudine aveva raggiunto limiti insopportabili. All’insaputa di entrambi la causa era la stessa, e era quel ragazzo dal ciuffo ribelle che aveva abbandonato la prigione del castello per amore. Erano entrambi prigionieri di quelle mura e schiavi di un amore non corrisposto, e questo alimentava sentimenti, per il Principe, sconosciuti. Montava in lui una lenta ma inesorabile acrimonia che lo portava a rifuggire qualsiasi sentimento benevolo e a odiare anche la vista di quell’orizzonte che tante volte aveva guardato dalla finestra.
Iniziò a diminuire le provviste per Carlito e Antonia eliminando il biglietto con la scritta “ ritorna”. Controllava Maria all’uscita affinchè rispettasse le quantità stabilite – se vuole la libertà, sia libertà anche dai vizi .- decidendo che il cibo era un vizio. Dopo un po’ ritenne che anche quella briciola di pane fosse troppo generosa, e la eliminò.
Provava piacere per la crudeltà, un piacere che lo eccitava, un gusto dal sapore dolce che eliminava il dolore e creava una tensione inusuale e sorprendente. Aveva smesso di guardare da quella finestra e di Mattia non gli importava più niente, come di volare, ritenendo che l’immaginazione era per gli stupidi. Quando giunse la notizia della morte del Re, lui ora era il Re, lui ora decideva della sorte del mondo. Si sedette sul trono e sogghignò e pensò che non sarebbe più stato solo perché le lusinghe e il servilismo lo avrebbero appagato e reso felice. Una nuvola, solo una nuvola, a tratti, oscurava il suo cuore – Carlito ….- ma veniva spazzata via da una forte folata di vento e tutto tornava a splendere.
Carlito e Antonia
Faceva freddo, tanto freddo, e l’amore non bastava più. Erano giorni che non vedevano più Maria e si nutrivano di quello che trovavano, cioè quasi nulla, in quella terra ormai deserta. Antonia rimaneva sdraiata in quel giaciglio improvvisato sotto le spoglie di un albero; solo i suoi occhi regalavano a Carlito la solita emozione. Era un dolore permanente vederla così e decise di raccogliere i residui di forze che aveva per andare a cercare il Principe. Non sapeva che il Re fosse morto, non sapeva che ora il Re era il suo amico. Baciò sulla fronte Antonia e le sussurrò di stare tranquilla, che tra poco le pene sarebbero finite. Antonia chiuse gli occhi, per un attimo, e li riaprì e lo fissò a lungo, con intensità, e una lacrima, muta, le rigò il viso.
Camminò a lungo ogni tanto fermandosi per riposare. Aveva dei capogiri e il respiro affannoso, ma la determinazione e la preoccupazione lo spingevano a continuare. Dopo alcune ore intravide il palazzo e sorrise, era tutto finito finalmente. Mentre si avvicinava si accorse che sotto le mura vi era una folla numerosa e eccitata che stonava con la desolazione che vi era intorno. A un certo punto il grande portone del palazzo si aprì e la folla si divise in due ali , e si sentì una voce dire – fate passare il Re –
Carlito si nascose dietro una roccia terrorizzato: se lo avessero visto sarebbe stata la fine, ma quando si accorse che il Re era il suo amico il suo cuore impazzì di gioia e, nonostante le poche forze, gli corse incontro. Pensò velocemente che la vita sarebbe stata meravigliosa e che il sole avrebbe riscaldato per sempre le loro vita, la sua , quella di Antonia e quella del Re.
Il Re era a due passi e Carlito sorrise e alzò la mano. Gli occhi freddi del Re lo guardarono un istante e dopo si rivolse al comandante delle guardie. Carlito si sentì gelare e il cuore impazzire. Fu raggiunto da due guardie, trascinato lontano e scaraventato contro quella roccia che prima lo aveva nascosto.
– Se ti fai vedere ancora una volta ti uccideremo, questo è il volere del Re! –
Il ritorno fu straziante , a malapena riusciva a stare in piedi. Si fermò un’infinità di volte per cercare di trovare un minimo di forza per continuare. Antonia era l’unica cosa che gli dava forza, non importava come ma insieme ce l’avrebbero fatta.
Finalmente la intravide tra le nebbie del cuore; era lì come la aveva lasciata. Lo sguardo rivolto verso di lui, sereno. Carlito ebbe un fremito , e capì che era morta. Si sdraiò e le lacrime scesero copiose fino a inumidire la terra circostante. Morì così, abbracciato per l’eternità al suo amore.
Dopo qualche tempo su quella terra umida nacque un fiore. Un fringuello si posò, rivolse lo sguardo all’orizzonte dove nasceva il sole, e volò via.