Era una magnifica giornata di primavera. I prati verdi, gli alberi fiorenti e una sinfonia di cinguettii.
– Sarà un maschio – urlò Babbo Quokka – sarà un maschio che sembrerà un leone e tutti dovranno tremare quando lo incontreranno! – Era incontenibile Babbo Quokka, in attesa che Mamma Quokka partorisse il suo primo figlio, che sarebbe stato il suo campione, il suo orgoglio – perché sarà un maschio, vero? –
Leone si affacciò al mondo con un sorriso. Non un vagito, né un pianto ma solo un sorriso che riempì di tenerezza i cuori dell’intera comunità dei Quokka.
Il padre cercò di fare buon viso nonostante la delusione : quel sorriso non prometteva niente di buono – lo volevo cattivo, aggressivo, temuto e questo mi sorride continuamente! Al massimo …. al massimo più che un leone questo cucciolo è un Leo. –
Fu così, tra i sorrisi della comunità, che il suo nome divenne Leo e basta.
Leo e basta inondò di felicità quel piccolo villaggio. Era un periodo difficile per tutti ; ultimamente erano continuamente insidiati dagli sgherri di Django il Dingo. Django era il temuto bandito delle colline e tutti , in quella valle rigogliosa, erano tenuti in scacco dai suoi scagnozzi, che minacciavano , insultavano e padroneggiavano. Tutti erano tenuti a dare una parte del loro lavoro a Django, nessuno escluso.
Leo era ignaro di tutto questo. Lui saltellava di qua e di là , sorrideva e salutava , faceva domande perché era curioso di tutto. Voleva saper tutto di ogni cosa . Voleva scoprire anche cosa ci fosse in quella collina che intravedeva così lontana e misteriosa, ma ogni volta che faceva una domanda su questo tutti trovavano delle scuse e parlavano di altro , oppure volgevano lo sguardo altrove per non dispiacere quel cucciolo dal sorriso seducente. Questo non faceva altro che accrescere la sua curiosità – io voglio vedere, è così bella, così verde e piena di frutti , perché non posso andare, vorrei salire sugli alberi, mangiare le mele e le albicocche uffffffffff… –
Nel frattempo Diana la volpe, la furbissima volpe osservava ed era infastidita . Mal sopportava questa nuova felicità di quella tanto odiosa comunità. Godeva nel recare dispiacere, fare torti e nel rubare quel poco che rimaneva loro dalle razzie di Django.
– cosa avrà da ridere quel piccolo topo,alla prima occasione me lo mangio. – pensava mentre ruminava chissà cosa. Aggirandosi furtiva ai bordi del campo scrutava i movimenti di Leo che, ignaro, saltellava qua e là.
– parlerò con Django e vedrò di risolvere la questione. – Infatti, lei era l’unica che poteva avvicinarsi al Dingo; furba com’era , con due moine e con qualche sotterfugio era riuscita a entrare nelle grazie del tiranno che, comunque, rimaneva guardingo nei suoi confronti – meglio non fidarsi del tutto di quella là – pensava ogni volta che la incrociava.
Pietro il chimico, il rospo delle canne, era immerso nei suoi esperimenti. Provette, imbuti separatori, refrigeranti e tutto l’armamentario tipico. Tra i fumi emergevano quei quattro ciuffi ritti e un bernoccolo eterno che pareva una collina – se questa formula è azzeccata ne vedremo delle belle – . Era il suo unico scopo : avvelenare la sorgente del fiume che attraversava la valle e diventarne padrone assoluto. – in un colpo solo farò fuori tutti e sarò il re di tutto, il padrone assoluto.
Erano anni che cercava la formula esatta, quella che gli avrebbe permesso di realizzare quel folle sogno, soltanto la sua capacità era direttamente proporzionale alla sua malvagità, quindi ogni volta il tutto si risolveva con qualche mal di pancia o mal di testa per quei dolci e inconsapevoli Quokka.
Lui non demordeva, però. Era caparbio. Testardo. Stupido. Questa volta era sicuro che la sua nuova formula avrebbe sortito gli effetti desiderati. – Smetteranno di essere felici, eppoi quel cucciolo che si aggira per la valle…. Hiiiiiii non lo sopporto. –
Leo, ignaro di questi pensieri ostili , con la sua innocenza si aggirava nei dintorni del bosco ai piedi della collina. La brezza arrivava dal fiume che, placido , scorreva verso valle e il cinguettio interminabile degli uccelli rendevano Leo così felice che voleva parlare con tutti, voleva volare come gli uccelli e balzare come le trote nel fiume – chissà che bello volare verso il cielo, sfiorare le nuvole e posarsi sugli alberi – e mentre pensava questo, piano e senza rendersi conto, si ritrovò in mezzo al bosco mentre alle sue spalle, svelta, Arianna la volpe lo osservava pregustando quell’inaspettato e succulento pasto.
– per fortuna questo cretino è curioso e birichino , quindi il mio pranzo è assicurato – pensò la volpe. Leo era lì a pochi metri e Diana si dispose in posizione di attacco. Il momento era quello giusto, il sole non filtrava per via degli alberi e intorno non c’era anima viva, persino gli uccelli , con il loro frastuono, parevano lontani. Leo continuava a saltellare, indugiava su una pianta, odorava un frutto e lo assaggiava , e rideva, il suo cuore era colmo di felicità per tanta armonia e bellezza, mentre Diana non si decideva – forse è troppo buio qui, magari sbaglio e pregiudico tutto, magari più avanti . – La cattivona trovava delle scuse , in realtà il suo cuore gelido aveva ceduto un po’ a quel sorriso irresistibile, alla bellezza di quel Quokka che continuava a saltellare gioioso.
Il tempo passava, e Diana si sentiva strana – non ho fame oggi, credo che mangerò leggera , un brodino di verdure e a nanna , tanto questo stupido me lo mangio quando voglio. – detto questo, si voltò e andò via .
Leo ora era ai piedi della collina. Pensò che forse doveva dare retta alla sua famiglia e tornare a casa – non devo disobbedire – però era troppa la curiosità, e continuò. Mentre continuava a salire gli venne sete. Sentiva in lontananza il rumore del fiume – mi fermerò a bere e riposare . – Fatti alcuni saltelli trovò una sorgente di acqua freschissima. Era la sorgente da cui nasceva il fiume che tanto bene faceva al suo villaggio e che rendeva floridi i campi dell’intera vallata. Leo si sedette, riposò un po’ e bevve quell’acqua fresca e dissetante. Da lì poteva ammirare un panorama magnifico che andava oltre quello che i suoi occhi di cucciolo potevano vedere. Saltellò e finì dentro il fiume scoprendo il piacere di nuotare, poi si ricordò delle trote e le imitò divertendosi tantissimo , tanto che le sue risate si sentirono per tutto il bosco.
Pietro il chimico era giunto poco prima alla sorgente col suo perfido intento ma fu sorpreso da quella presenza non prevista – questo chi è? , per mille ampolle , ma cosa ci fa qui proprio ora. – si nascose dietro un cespuglio , quel cucciolo non la smetteva più, saliva e scendeva e saltellava e rideva, quanto rideva.
– mi sta sorgendo un dubbio – pensò tra se il chimico – forse ho fatto un errore nei miei calcoli, forse dovrò rinunciare e riprovare…. Si, farò così . – Pietro il chimico, lo spietato rospo senza scrupoli alcuni , non voleva ammettere che quel sorriso e quella felicità avevano conquistato il suo arido cuore, quindi voltò le spalle e se ne andò.
Leo uscì dall’acqua. Sembrava un pulcino e si sdraiò al sole. Aveva gli occhi chiusi e pensava che era meraviglioso tutto questo – ora un ultimo sforzo e raggiungo quella casa sulla collina . –
Django, il terribile dingo aveva osservato tutto col suo cannocchiale potentissimo. Niente sfuggiva ai suoi occhi . L’ira lo aveva accecato quando vide Leo, voleva mandare uno dei suoi sgherri e dargli quello che meritava, poi l’ira si era placata e tramutata in indulgenza. – devo essere di buonumore oggi – pensò – di solito non tollero queste insolenze. – quindi depose il cannocchiale e riprese a leggere le sue poesie. Nessuno sapeva di questa che lui chiamava debolezza. Era il suo segreto più grande – perderei di autorevolezza! –
Leo era giunto vicino a quella irraggiungibile casa – a me sembra una casa normale, non capisco perché tutti abbiano paura – . Saltellando vide che la porta della casa era aperta e fu tentato di entrare – ma non si entra senza permesso – , quindi andò sul bordo della collina ad ammirare il magnifico panorama.
Django lo vide, il primo impulso fu di azzannarlo, quasi lo fece quando Leo si voltò e gli regalo il più straordinario sorriso che il Dingo avesse mai visto. Quel sorriso concentrava tutti i versi che aveva letto, tutte le poesie che lo avevano commosso e una lacrime scese rigandogli il viso.
– ciao, io sono Leo , tu chi sei ? –
Django si schiarì la voce ma non riusci a parlare, dopo un po’ disse – vieni con me in casa . –
Il feroce dingo sembrava un professore ora, inforcò gli occhiali e lesse a Leo alcuni dei versi di una poesia. Leo non capiva il senso di quelle parole, ma le trovò bellissime – ancora, leggi ancora –
Django lesse, si commosse e lesse ancora. Il suo cuore ora era libero dalla malvagità, non aveva più paura di mostrare questi sentimenti di amore e passione. Il tempo passò. Ora era quasi buio – la tua comunità e i tuoi genitori saranno in pensiero. Facciamo una cosa: ti accompagno io. –
Django diede ordine di andare a prendere Diana la volpe e Pietro il chimico ad alcuni dei suoi dingo – portateli al villaggio disse, senza storie. Poi si rivolse a Leo : andiamo, tra poco sarai a casa.
Arrivarono al villaggio che era sera . Tutti erano disperati per l’assenza di Leo e stavano per organizzare dei gruppi per andare a cercarlo. Quando lo videro furono pazzi di felicità e non si accorsero subito che era con Django. – oddio…. – disse il padre, e il cuore quasi si fermò. Tutti gli altri abbassarono lo sguardo terrorizzati da quella vista.
– Vengo in pace, verrò sempre in pace – disse il Dingo – da questo momento esisterà solo la pace e l’armonia tra di noi. Io non vorrò mai più niente da voi, solo la vostra amicizia. –
Nel frattempo i dingo scortavano Diana la volpe e Pietro il chimico.
– e voi due da questo istante vi comporterete bene e farete da bravi, in caso contrario ve la vedrete con me. Lavorerete per questa comunità e sarete loro amici, chiaro? –
I due annuirono docilmente sotto gli occhi di tutti quei Quokka esterrefatti .
Ci furono danze, musica e cibo fino all’alba.
Leo era più felice che mai.
Il suo sorriso e la sua innocenza avevano sciolto i cuori più duri.