Per raggiungere la scuola facevo il giro più lungo. Gli odori che ti regala l’autunno sono impagabili. Il piacere di camminare e sentire il mirto, l’elicriso e l’odore di uva matura insieme a quei colori che dal rosso sfumano sul marrone ti ripagavano della levataccia. Ricominciava la scuola, ma non finivano i giochi.
Il pomeriggio facevi i compiti, e poi correvi in oratorio.
Abitavo le case popolari e si andava alla chiesa di S. Francesco. Il convento era retto da padre Pietro. Non troppo alto, leggermente sovrappeso e totalmente allergico ai figli, nipoti e chi più ne ha di Comunisti. Applicava in maniera rigorosa un decreto del Sant’uffizio approvato da Papa Pacelli, in cui dichiarava che i Comunisti erano apostati. La cosa più ironica era che quando vedeva qualcuno di noi il suo viso diventava più rosso di quelli che voleva combattere e le vene del collo si ingrossavano all’inverosimile, mentre la sua cordicella nodosa ti accarezzava gentilmente.
I ricordi però non possono fermarsi a lui. Il convento era abitato da frati dolcissimi come Fra Lorenzo dal sorriso bonario e umile, Padre Pais e Padre Michele.
Dopo un pò si sparse la voce che in san Pietro vi era Don Spina. Chi lo ha conosciuto a Ittiri, Thiesi e Banari sa di chi parlo. La sua profonda umiltà, bonomia e cultura, insieme a quel sorriso, sono rimaste nel cuore di diverse generazioni. Ci trasferimmo in massa in quello spazio di cemento all’interno della chiesa. Decine di bambine e bambini che giocavano a calcio, pallavolo, ping pong etc. e la sua nera gonnella che svolazzava da un gioco all’altro. Non c’erano differenze di credo, di classe e di censo, il suo sorriso e abbraccio arrivava a tutti. Era il vice parroco, ma per noi era molto di più. Dopo un pò quello spazio divenne angusto, non riusciva più a contenere quell’insieme di energie e vitalità, quindi si decise di strutturarle in varie squadre in modo che potessero partecipare a campionati ufficiali.
Ricordo come ora quando, indecisi su che nome dare alle squadra, Don Spina indico la sua A 112 abarth Sprint , e disse – chiamiamoci Sprint! – era appena ufficialmente nata la Sprint Ittiri.
Incominciammo le nostre partite ufficiali. Una emozione indescrivibile. Tutte le partite a Sassari a Montelepre. Taxi privati, 500 lire di quota e scarpe da calcio improbabili, a volte con misure più grandi, con buste di plastica come sacche. La prima trasferta fu comica. Il campo di calcio era tra casermoni della seconda guerra mondiale e vi abitavano sfollati in attesa di casa popolari. Odore di caffè, vociare di bambini, urla di madri. Ci cambiammo dentro uno di questi enormi casermoni e andammo in campo. Pesanti maglie di lana per le nostre strette spalle. Giocammo, finimmo, rientrammo. I nostri vestiti, seppur umili, erano spariti. Al rientro , raccontammo tutto a Don Spina e lui ci disse che probabilmente ne avevano bisogno, niente di grave.
Questi sono racconti, probabilmente parziali, lacunosi di un paese che non c’è più. Un paese naturalmente diverso da oggi. Quello era il nostro tempo di bambini, questi erano alcuni dei protagonisti e non è la nostalgia a far scrivere di noi ma il privilegio della memoria , quello di non dimenticare da dove proveniamo perchè se vi è l’oblio sulle cose tra 30/ 40 vi sarà l’oblio sulle vite di tutti.
Ho un ultimo ricordo di Don Spina. Io con lui nella sua semplice casa, due bicchieri di vino e l’augurio di Salute a tutti i miei amati Ittiresi.