Il 10 gennaio del 1905, presso l’ufficio anagrafe del comune di Ittiri, si presenta un’infermiera.
L’ufficiale addetto capisce subito cosa è successo.
Fuori è freddo, i bicchierini di acquavite non lo hanno scaldato a sufficienza. Ne versa un altro goccino nel bicchiere, lo beve tutto d’un fiato, inforca gli occhialini, prende penna e calamaio e fa sedere la signora.
– di chi è questo bambino? .-
– di una donna che non consente di essere nominata. – risponde l’infermiera.
– dove è nato. –
– all’ospedale civile. –
L’ ufficiale si sporge leggermente, guarda il cesto e… – ma –
– si dottore , è femmina. –
Si sente solo il fruscio lieve della penna che scorre sul foglio mentre la bambina sbadiglia e muove le braccine.
– quello che vedo sul cesto è tutto quello che ha? –
si, dottore. –
L’ufficiale annota la fascia, una cuffia e una fascia.
– avete deciso chi farà da ” baliatica”? –
Entrarono un uomo e una donna, l’ufficiale annotò nomi e cognomi, fece firmare loro e da quel momento potevano occuparsi della bambina.
Parliamo di inizi del ‘900, a Ittiri. Questa era la condizione femminile in quegli anni. Una condizione che ti costringeva a nascondere la gravidanza, se eri povera. A vergognarti di essere stata violentata, oppure ingannata con false speranze. A rinunciare a un figlio, a una figlia di cui non saprai più niente, e di cui lui, o lei, non saprà niente di te.
Quanto dolore, quante privazioni e quanto queste dinamiche storico- sociali hanno segnato vite e relazioni.
Vi sono decine e decine di atti pubblici che lo testimoniano. Donne trattate come oggetti, e poi buttate via.
Posso solo immaginare le loro sofferenze, il loro dolore.
A loro va il mio caro ricordo