Michele si ferma un attimo e, sostenendosi sul suo bastone, guarda con un velo di malinconia quello che un tempo era il centro vitale di Ittiri.
– ora è tutto fatiscente ma un tempo qui i suoni, i rumori delle attività erano incessanti. –
Il mio paese è silenzioso, ora. E’ buio e triste, solo i rumori dei nostri passi e i ricordi nitidi di Michele.
Scendiamo lentamente per via Azuni, svoltiamo a sinistra per via Marini , lasciamo il mercato alla nostra destra e , subito dopo, Michele sorride, finalmente. – devi sapere che qui c’era un maniscalco, ferrava i cavalli e aveva un aiutante. –
– un ragazzo che lo aiutava, quindi. –
– macchè, un corvo altro che un ragazzo. Era un corvo che al suo segnale col becco gli porgeva i chiodi. –
– ma per piacere, non ci credo.-
– ti dico che è così, puoi chiedere ad altri. – mi risponde, alterandosi un pò.
– e non è l’unica stranezza di questo paese, adesso andiamo in piazza del mercato, dove ora c’è la panetteria di Cesaraccio. –
Qui , c’era un altro maniscalco, e anche lui aveva un aiutante. –
si, e anche lui aveva un corvo, ma per piacere! –
infatti era una cornacchia. –
una cornacchia, vabbè.-
si, quando aveva fame la mandava da Careddu, il negozio di alimentari dentro il mercato, gli faceva un panino con la mortadella, legava la busta alla zampa dell’animale e lui in volo gli recapitava il fragrante panino. –
Ora, siamo in piazza Umberto. Finalmente libera dal frastuono e dal caos delle macchine, ci sediamo in una panchina.
lì all’angolo c’era un barbiere. Un furbacchione, burlone. Aveva molti clienti, molti anziani e perlopiù senza denti. Fargli la barba era un problema, quindi. –
quindi? –
quindi, prendeva due palle di calcio balilla, di biliardino insomma, le infilava in bocca tanto da riempire le guance e potergli fare la barba tranquillamente. –
Era un paese decisamente diverso, il nostro.
Mentre rientriamo a casa, un corvo si poggia su un ramo .
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