Una mia cara amica insegnante di Ittiri, di quelle brave davvero, trova degli elenchi , o meglio delle pagelle di un istituto penitenziario in cui erano registrate molte donne di Ittiri.
– E’ un numero impressionante di cui nessuno sa niente. – mi dice.
In effetti, di questo fatto anomalo, nessuno sa niente. Parliamo di un periodo storico in cui non furono registrati fatti delittuosi di nessun tipo, oppure così gravi da giustificare un numero così alto di detenzioni.
Ma la mia amica non è una che si ferma alla superficie, quindi indaga, fa domande, trova risposte.
Le risposte che trova sono inquietanti, dolorose e parlano di un tempo in cui le differenze di classe erano così marcate, così vergognose che raccontano una realtà, e parliamo di un tempo relativamente recente, in cui le ingiustizie erano quasi ostentate.
Quindi : vi erano i proprietari terrieri, quindi i padroni, vi erano le lavoratrici della terra che, per un tozzo di pane, si spaccavano la terra dall’alba al tramonto. Quante mani abbiamo visto rattrappite , e quante schiene piegate nelle nostre nonne nell’andare a raccogliere le olive. Molte ne raccontavano, alcune , per trovare lenimento alla fatica cantavano canzoni di amore, canzoni di sogni che non avrebbero mai realizzato. La realtà era portare qualcosa da mangiare per la famiglia. Non bastava, però. Non bastava mai, e quando sei disperato, disperata fai cose che è giusto fare.
Non tutte le olive potevano essere raccolte, alcune restavano per terra e sarebbero marcite.
– Io muoio di fame e queste marciscono! . –
La notte, convinte di non essere viste, andavano letteralmente a raspare la terra alla ricerca di quelle poche olive. Al buio, al freddo e affamate. Ma ai padroni non la si fa, è una questione di principio quindi, ingaggiando uomini di guardia, venivano beccate e denunciate per furto. Venivano incarcerate, mentre quegli uomini incassavano la loro misera percentuale sull’arresto.
Anche di questo è fatto il nostro passato.
#storiediittiri