Indossai la maglia del Cagliari per una sola settimana. Era il 1981, avevo 18 anni. Mi accompagnò mio padre con un amico di famiglia. Appena dieci anni prima avevo visto la mia prima partita di serie A , ora ero lì, nei campi del Poetto dove si allenavano i ragazzi. Fummo accolti da Reginato e Martiradonna. Mio padre aveva la loro foto appesa nel muro del banco di macelleria al mercato comunale. Strinse loro la mano con evidente commozione. Due artefici dello scudetto.
La foresteria era di fronte alla fiera , allora. Mi diedero un letto e poi al campo per il primo allenamento. Ero timido, e non mi sentivo all’altezza. Accanto a me i giocatori di cui riempivo l’album delle figurine, insieme ad alcuni ragazzi che poco tempo dopo avrebbero calcato palcoscenici internazionali. Aldilà di questa breve premessa, quei giorni confermarono che a me il calcio professionistico non mi è mai piaciuto. Io amo il calcio dilettantistico. Il ” diletto” nel gioco.
I soldi, gli interessi alterano i rapporti, li distorcono. Distorcono la percezione della realtà. Naturalmente parlo del dilettantismo di quegli anni. Tutti si lavorava, ci si allenava, la domenica si giocava e poi si riprendeva. Prendevi l’aereo il sabato, rientravi la domenica tardissimo e il lunedì, inesorabile, la sveglia.
Quello che notai in quella mia brevissima esperienza fu che i rapporti di squadra erano diversi da come ero abituato: più freddi, indifferenti, e se proiettiamo il tutto a fatti accaduti recentemente riguardo le scommesse, penso che un calciatore è solo un’azienda che produce profitti per sè e per la società, di conseguenza ne accetta , appunto, freddezza e indifferenza riguardo la fragilità di ragazzo. Insomma , vendi l’anima al diavolo.
Ho visto, di contro, nelle società in cui ho militato da dilettante, dirigenti farsi carico di ragazzi in difficoltà, accompagnarli in un percorso di ricupero fregandosene di ritorni economici e perdite; l’individuo dentro un collettivo al centro dell’attenzione.
Ho visto questi ragazzi riprendersi in mano vita, affetti e speranza, li ho visti restituire gioia ai tifosi.
Cosa rimane in fondo a questo : amicizie trentennali, stima e la consapevolezza di aver praticato uno sport per diletto…. senza aver venduto l’anima al diavolo.