Don Gerolamo sposta leggermente il drappo color cremisi con la mano vellutata.
Fuori, in strada, un via vai fastidioso, disordinato. Quel disordine è un insulto, quelle urla di rivendicazione bestemmie insopportabili.
Nel suo volto una vibrazione nel labbro, un leggero tremore alla gamba sinistra. Guarda il notaio chino sulle carte, documenti e mappe della proprietà.
Don Gerolamo poggia sullo scrittoio in legno scuro la tazza con la cioccolata calda, si siede nella solita poltrona di velluto pesante. I candelabri , con le loro candele di sego, illuminano la scena rendendola tragica.
Le proprietà sono in pericolo, il feudo rischia di sparire perchè dei pezzenti, dei miserabili che senza di noi sarebbero morti di fame pretendono terra e dignità.
« Don Gerolamo, il cavallo è pronto. »
Guardando quello splendido esemplare di cavallo arabo, quella bellezza sottomessa il feudatario serrò le mascelle, accarezzò la fluente criniera e mentre un raggio di sole faceva brillare il morso d’argento capì che quei moti insulsi dovevano essere soppressi senza pietà.
La colonna di cavalieri sfilò per la via centrale, fece il giro del paese per ribadire chi è che comandava per diritto divino e di sangue. Lo fece più volte. Sprezzante. Minacciosa. Poi, rientrò.
Quella notte non dormì, Don Gerolamo. Nella sua testa le urla di quella gente risuonavano in continuazione, il volto di quel giovane – come si chiama? ah si Michele – si deformava, diventava minaccioso, ne sentiva l’alito che puzzava di vino scadente, entrava in casa , strappava i drappi, recideva poltrone e bruciava i preziosi volumi legali, le pergamene e le mappe delle proprietà che ora non erano più sue ma di questi miserabili……..
Si svegliò tutto sudato, chiamò Pietro « Butta il pane ai porci e chiama il notaio. »
Volle tutti i nomi dei capi della rivolta. Il notaio glieli portò. Si sedette. Scorse la lista con attenzione, pulì con delicatezza la punta della penna d’oca e scrisse. In maniera ordinata, senza una sbavatura. Sigillò con la ceralacca. Il notaio capì : il rosso del sangue che scorrerà su quelle bianche e polverose strade.
Quella mattina, Don Gerolamo volle che le finestre fossero aperte. La pratica , a quell’ora, era stata espletata.
Gustò con piacere maggiore la cioccolata, inspirò a pieni polmoni l’aria del primo mattino mentre il corpo di Michele giaceva sulla nuda pietra di quella strada ancora deserta.
Don Gerolamo non sapeva una cosa. Non sapeva che i sogni non si spengono, i sacrifici non sono mai inutili.