Rita lavora i campi.
Lavora duramente, ma non piega la schiena. Non l’ha mai piegata. Il suo sguardo è fiero, i suoi silenzi affilati come una lama.
La terra la prende tra le mani, la odora, quasi la assapora, poi guarda le sue mani indurite , le unghie spezzate e le vene grosse dei polsi. Pulsano, pulsano forte e la vertigine che prova in quei momenti quasi la stordisce.
Non lo sa perchè ha questa forza, una forza che altre non hanno, o forse lo sa. Quella pergamena ,ormai ingiallita e chiazzata dal vino rosso che nonno Michele beveva nelle notti di sogni e tumulti , quella che lei srotola quando tutti a casa dormono, è la responsabile. Si, è lei.
Quando, rientrando dal lavoro, passa di fronte a quella enorme casa sente ancora la presenza di quel uomo crudele che fece uccidere suo nonno. Fissa lo stemma scrostato, le tende ingiallite e l’immutata volontà di sottomettere, sfruttare dei nuovi ricchi.
Ogni giorno. Tutti i giorni.
Nelle notti d’estate guarda le stelle. Non vede confini, muri di pietre, proprietà. Solo una unica distesa di luci, di stelle, di suoni e di sogni. Quella terra che nonno sognava uguale al cielo : senza confini e proprietà.
Nonno è morto per questo.
Una notte, Rita lavorò. Tutta la notte, fino all’alba.
Smontò pietra su pietra un muretto, due muretti, tre muretti a secco. Voleva che la terra fosse come il cielo.
Quando il primo raggio di sole le illuminò, quelle pietre parevano delle stelle disseminate nei campi.
#storiediittiri