Pasquale Tamponi, agente delle imposte, non si accorse che i fogli contenuti nella sua cartella venivano sparpagliati da quel vento caldo del sud. Non si sarebbe più accorto di niente quel giovane agente delle imposte, infatti era morto , morto ammazzato.
Era stato un anno difficile, quello. La campagna era arida, e di pioggia nemmeno un’idea, forse una speranza. Allo stato non importava niente di tutto questo: le tasse andavano riscosse, e si sa, lo stato può essere implacabile e feroce , soprattutto, anzi sempre, con i più deboli.
Pasquale Tamponi era il terzo agente delle imposte morto ammazzato nel giro stretto di un anno.
Le uniche cose che avevano riscosso i tre baldi giovanotti erano tre pallettoni.
I cittadini di quel paese del nord Sardegna non erano disonesti, le tasse le avrebbero volute pagare, solo che soldi non ce n’erano e non erano d’accordo che li venissero tolte case e terreni, tra l’altro miserabili. Ma erano i loro, dei loro padri e dei loro nonni. Era la loro terra, miserabile quanto vuoi, ma loro.
Il pretore , Adriano Spelta, inflessibile e il cui aspetto incuteva un timore tale da far tremare le gambe , subito disse – rivolterò questo paese di miserabili come un guanto, lo rado al suolo se necessario. – e quelle urla risuonarono tra quelle strade fino a penetrare tra le imposte rigorosamente chiuse di quel piccolo paese.
Era alto, il pretore, zoppicava dalla gamba sinistra, un occhio rivolto a sinistra mentre l’altro era molto centrato, un neo sullo zigomo e un sorriso a mezza bocca. Si fece dare le carte e scoprì che non c’erano testimoni, nessuno aveva visto niente, nemmeno sentito niente.
Solo una vecchina stazionava in quella via bianca e polverosa durante i delitti – ma credo sia sorda e non ci vede tanto bene. – disse il maresciallo.
– portatela qui, quella strega, con me parlerà, chi crede di prendere in giro.-
Zia Mariannuccia era minuta, in lutto e parlava solo sardo. Si sedette di fronte al pretore, che iniziò a urlargli contro di tutto, mentre un giovane appuntato traduceva dall’italiano al sardo.
La povera donna ascoltava, e non rispondeva, allora il pretore terribile e cattivo le intimò – se non parli, perchè so che hai visto, ti sbatto in galera maledetta. –
Dopo un sospiro, la donna parlò guardando fissa il Pretore
– si, ora ricordo. – disse in sardo
– ah, finalmente. – affermò il pretore.
– era un uomo, alto, zoppicava dalla gamba sinistra e aveva un occhio rivolto a sinistra con un neo sullo zigomo e un sorriso a mezza bocca. –
Chi uccise i tre agenti delle tasse ancora non si sa ma, credetemi, questa è una storia vera .