Era buio, quella notte di maggio del 1890 a Ittiri.
Le sei donne lavoravano di gran lena, senza risparmio. Erano chiamate S’argadadorasa, gramolatrici. Raffinavano il lino in un cavalletto con una lama affilata. In quel momento non cantavano, come facevano di solito, assorte in loro pensieri o chissà che cosa.
Baingia Antonia si voltò verso la chiesa di S. Pietro, forse un presentimento, e vide delle ombre furtive scavalcare il basso muro di cinta della chiesa.
– Comà – disse rivolta a Peppa – qualcuno sta entrando in chiesa . –
– sei sicura, o stai già dormendo? –
– sicura, chiamiamo a Pietro, in fretta. – disse spaventata.
Pietro Luigi Manconi, figlio di Francesco Maria e di Maria Raimonda Loria, ambos de Romana, sposato con Antonia Carina ( che è un cognome) di Thiesi, fu buttato giù dal letto dal battente battuto con forza da comare Peppa che, per via del suo lavoro, aveva bicipiti assai pronunciati.
Pietro, grattandosi la testa chiese cosa fosse successo, spiegarono il fatto, si vestì e corse a perdifiato.
Qualche tempo dopo, a Putifigari, Rosa, la figlia di Battista, rinfrescava la fronte a quel povero padre ormai moribondo. Era sera, aveva messo le poche patate che aveva a bollire e posò la lampada a petrolio dalla luce tremolante sopra il comodino. Uscì dalla stanza. Battista ebbe come uno spasmo, allungò un braccio, spinse il comodino e la lampada finì nel letto, che prese fuoco. Le fiamme, in un attimo, lo avvolsero in un abbraccio mortale.
Pietro Luigi arrivò in chiesa, la aprì, corse sul sagrato e si accorse che i ladri avevano fatto razzia. All’improvviso, qualcuno gli mise un braccio sul collo, strinse, cercò di divincolarsi ma un complice gli mise un sacco in testa. Sentì il primo colpo, poi più niente. Quella scarpa chiodata gli aveva fracassato la testa, uccidendolo.
Nessuno seppe mai, per molto tempo, chi furono i responsabili fino al giorno in cui, a Putifigari, tra le ceneri del letto di quella che fu la casa di Battista non trovarono un sacco con tutti gli arredi sacri della chiesa di S. Pietro in vincoli.
Il vecchio detto – Ancu ti fettene chi giaganu in saccu – nasce da questo episodio.