Piero Cau ( nei documenti Cao )era un insigne studioso, appassionato di archeologia.
Era anche un uomo molto influente. Controverso, per la comunità scientifica, rispettato dalle persone – ho sentito che i treni si fermano dove indica lui – diceva qualcuno.
Aveva restaurato diverse chiese, aveva spostato, rimesso, abbellito secondo alcuni, abbruttito secondo altri.
Un giorno decise di fermarsi a Paulis, in quell’abbazia che per noi, distratti passanti, non è altro che un cumulo di rovine e che, per via delle sinistre leggende, è meglio tenersi larghi.
Era un laico Piero Cau, ma indossava una veste bianca, la veste bianca dell’ordine da lui creato e di cui era l’unico adepto.
Conosceva la storia di quell’Abbazia, sapeva dell’omicidio dell’Abate di Paulis nel XIV secolo, e rideva della storia dei fantasmi e del suono notturno degli zoccoli dei cavalli.
Studiava , prendeva appunti, si appassionava all’alchimia, e scavava. Non da solo.
Su Padre Biancu amava la vita, e dalla vita era riamato. Molti anziani del paese lo ricordano nel suo pellegrinare a Ittiri col saio bianco, molti lo andavano a trovare per donare latte, formaggio e attenzioni.
Il 7 settembre del 1959 , lo studioso fu trovato cadavere in fondo al pozzo. Fu un sassarese di 24 anni, Salvatore Fois, ad assassinarlo. Confessò l’omicidio, e andò in carcere.
Il signor Macis, studioso caduto in disgrazia e che lo aiutava, al processo testimoniò in lacrime la sua amicizia e l’affetto che lo legava a quell’uomo.
Il movente non fu chiaro, solo voci, chiacchiericcio. La verità è soltanto una: Piero Cau fu brutalmente assassinato. Con lui sparirono i suoi preziosi appunti, e da allora sull’abbazia calò il silenzio e l’abbandono.
Oggi, grazie alla splendida iniziativa della Pro loco di Ittiri, i riflettori si sono riaccesi insieme alle suggestioni e alle leggende.