Amir era nato con il pallone in mano. Ore e ore a giocare per strada, prima da solo, poi con tanti altri bambini, in quel grande prato irregolare alla periferia del suo villaggio.
Quando tirarono su quell’orribile muro di pietre, lo spazio divenne più piccolo. Questo non scoraggiò Amir che, con l’aiuto di Mustafà, un ragazzone alto quasi quanto il muro, disegnò la porta con della pittura rimediata chissà dove. Ora avevano un campo più piccolo ma una porta dalle misure regolamentari.
Per delimitare il perimetro del campo usarono delle pietre rubate dalla base di quell’orribile muro. Fu mentre rubava l’ennesima pietra che i suoi occhi neri di bambino impertinente incrociarono quelli di un altro bambino, che di nascosto li osservava dall’altra parte del muro. Da prima si scostarono entrambi, poi si riavvicinarono, infine si parlarono.
“Perché non vieni a giocare con noi?” – disse Amir – “se mi aiuti a levare altre due pietre potrai passare e unirti a noi”.
Fu così che Tahar conobbe Amir.
Da prima tutti gli altri furono diffidenti verso quel bambino proveniente dall’altra parte del muro, ma poi furono conquistati dalla sua classe nel giocare a pallone.
Così Tahar ogni pomeriggio strisciava sotto il muro e andava a giocare con i suoi nuovi amici. Ogni giorno che passava, insieme a Tahar, si univano sempre nuovi compagni che, strisciando sotto il muro, andavano a giocare interminabili partite di pallone.
Il caldo, in quei pomeriggi, era insopportabile. Tahar chideva continuamente dell’acqua da bere e gli veniva negata. Chiedeva della frutta fresca e gli veniva negata. Tanto trovava assurdo tutto questo che nel bel mezzo di una partita prese il pallone in mano e disse che se non li fosse concesso a lui e ai suoi compagni almeno dell’acqua da bere, non sarebbero più tornati a giocare quelle partite in quel campo assolato e irregolare. Allora Amir prese da parte il suo amico Tahar, e disse – “Quello che a te sembra una cosa normale, cioè bere e mangiare della frutta fresca, è per noi un sogno. I vostri genitori hanno tirato su questo muro di pietre per dividere voi da noi. Hanno chiuso le fonti di acqua potabile per farci morire di sete. Hanno chiuso la diga e l’acqua non può irrigare i nostri campi da frutta. Quello che tu pensi una scortesia è per noi una umiliazione. Noi giochiamo così tanto da essere alla sera tanto stanchi da non pensare alla fame e alla sete e non vedere il dolore dipinto nel volto dei nostri padri e delle nostre madri”. –
Tahar chinò il capo e andò via. Inutilmente Amir lo attese nei giorni successivi. Pensò che non avrebbe più rivisto quel suo amico e pianse di nascosto e non volle più giocare.
All’improvviso, un giorno di molto tempo dopo, gli occhi di Tahar ricomparvero dal solco di quell’orribile muro. Insieme a lui una interminabile schiera di altri bambini, ognuno con due palloni in mano.
Gli occhi di Amir diventarono nuovamente impertinenti e tornarono a sorridere. Tahar gli si avvicinò e gli parlò ad uno orecchio. Amir parlò ai suoi compagni e si misero in fila, uno accanto all’altro, come un esercito pronto ad attaccare. Posero il pallone ognuno davanti pronti a calciare. Come un esercito disciplinato attesero il segnale. Non avevano bombe ma palloni e spararono quei palloni, con tutta la forza che avevano in corpo. Centinaia di bombe pallone si abbatterono su quel muro. I palloni tornarono indietro e i bambini rifecero tutto da capo, ancora una volta.
Attesero di nuovo il segnale e calciarono ancora più forte, tanto più forte che il muro crollò. Centinaia di bambini fecero gol contemporaneamente e si abbracciarono come fratelli.
C’è tanto da imparare dai bambini, dalla loro semplicità. I bambini non conoscono “muri” e divisioni, sono gli adulti a farle conoscere a loro, se solo abbassassero lo sguardo vedrebbero ciò che solitamente ignorano.
Sono le sovrastrutture che vanno abbattute. Abbassare lo sguardo oppure volgerlo al nostro interno per ricordarci bambini privi di pregiudizi. Grazie 🙏