Quante volte, in quei bellissimi film in bianco e nero, abbiamo ammirato attori con indosso degli stupendi abiti fatti a mano.
Un Marcello Mastroianni, un Alain Delon e Alberto Sordi o Vittorio Gassman.
Nelle nostre foto di famiglia non è difficile trovare uomini dalla faccia indurita dal sole della campagna, o dei cantieri edili immortalati con splendidi abiti su misura. Sono foto bellissime e cariche di emozioni; magari i nostri nonni o i nostri giovani futuri padri.
Nelle strade bianche e polverose spiccavano i loro snelli corpi, levigati dal duro lavoro e resi unici da abiti su misura, in cui anche il difetto definiva la tua unicità.
Era frutto del lavoro di sarti e sartine, da ore e ore di certosino lavoro di sapienti mani, di ago e di filo, di squadra, riga, forbici, metro, ditale senza punta e macchine da cucire a pedale.
A Ittiri vi erano tante sartorie, quella di mio zio Nardo era una di queste. Vi lavoravano delle sartine, tra cui mia madre. Ho foto di quella sartoria, ne ricordo l’odore e il suono dei pedali, la meraviglia delle stoffe , la fatica e la concentrazione.
Un abito era per le grandi occasioni, e le grandi occasioni non erano tante. Non si poteva sbagliare.
Un abito , un vestito il sarto lo poteva confezionare per un contadino, un allevatore, un commerciante. Un abito aveva un valore d’uso. Non era merce. Era ricordo e nostalgia. Era un momento unico come lo era chi lo indossava. Era un prodotto non replicabile, tantomeno standardizzabile.
Non eri una M, una XL ma Sebastiano, Antonio, Giuseppe , non replicabili in millenni, unici e irripetibili.
Il Sarto, con quell’abito ti riconosceva , ti definiva.
Erano belli quei film in bianco e nero, mai quanto quell’odore di stoffe e di fatica e di dedizione.