Quando padre Michele, frate del convento di S. Francesco disse – se non parleranno le persone lo faranno le pietre – parlava di Giovanni V. , considerato uno degli uomini più cattivi e crudeli di Ittiri, finalmente morto.
Un uomo capace di ignominiose nefandezze. Non l’unico, tra l’altro.
Erano gli anni del ventennio. Giovanni V. aveva proprietà, bestiame, soldi e una crudeltà ancora superiore. Era anche il podestà. Era un fascista.
Nella sua grande casa, dalle parti del convento, teneva tutto sotto chiave, mangiava da solo mentre la moglie, una donna semplice prigioniera di quell’uomo, mangiava in cucina.
Aveva donne di servizio e Pasquale, un pover’uomo con una evidente malformazione, che trattava peggio di un cane. Quando finiva di mangiare, Pasquale era costretto ad abbassarsi sotto il tavolo e, con la schiena, spostare il grosso e pesante tavolo in un angolo del grande salone. Il padrone lo premiava con un tozzo di pane che gli offriva in punta di coltello.
Quando doveva allacciarsi i mutandoni, con le stringhe alle caviglia, lo faceva mettere carponi in modo che le donne di servizio potessero legare quei lacci.
Non di meno trattava i lavoratori delle sue terre. Per ricevere la giornata di lavoro dovevano quasi umiliarsi.
Aveva tre figlie, il Giovanni. Una era considerata la più bella del paese. Durante una festa fu notata da un giovane e prestante possidente di Villanova Monteleone. Questi perse letteralmente la testa.
Qualche giorno dopo chiese di incontrare il padre di quella ragazza meravigliosa.
– eh, mica è così facile, io non ti conosco…. eppoi, dimmi cosa puoi offrire a mia figlia? . –
Il giovane lo invitò al suo paese. A cavallo fece visitare le sue proprietà. Erano tre volte più grandi delle sue e magnificamente tenute. Quel podestà crudele ne fu impressionato.
– posso dire che il matrimonio si può fare – disse. Un sorriso si allargò nel volto del giovane.
– ma a un patto : tu mi cedi le tue proprietà e io ti darò mia figlia! . –
– una figlia non si baratta con le terre – rispose disgustato il giovane, e lo cacciò via.
Da podestà andava spesso a Sassari. Qui, anzichè pagarsi un albergo, soggiornava per qualche giorno da delle sue cugine. Erano due donne dolci e amorevoli, lo vezzeggiavano, coccolavano e nutrivano. Lo facevano senza voler niente in cambio. Così per anni. Erano in là con gli anni e da quella casa al centro si trasferirono in una più comoda in via Marsiglia. Il costo del trasferimento le aveva messe in difficoltà , oltre le forze che per via degli anni venivano meno, quindi una comune parente mise al corrente Giovanni di ogni cosa – devi aiutarle, per te non significa niente con tutto quello che hai ma per loro vuol dire tanto. –
Lui ascoltò distrattamente, e disse – ho solo questi due occhi, altro non ho mi dispiace. –
Questo accadeva non molto tempo fa a Ittiri. Per fortuna, come disse padre Michele, non le pietre ma le persone hanno parlato e non vi nego che ho avuto grosse difficoltà nello scrivere queste righe tanto era la crudeltà raccontata, ma era doveroso farlo, lo era per ricordare quelle donne, quegli uomini vessati e umiliati da chi aveva ricchezze e proprietà e per via di queste poteva trattare le persone come oggetti. Questi potevano essere i nostri nonni, i nonni di chiunque di noi.
A loro va il mio ricordo.