Quel pomeriggio, terminata la scuola, andai al mercato.
Era stata una giornata umida e grigia, ma dai profumi nell’aria si percepiva la primavera imminente. Svoltai a sinistra e superai il rialzo ovale destinato alla frutta e la verdura, vidi mio padre intento a lavorare e nel momento in cui mi vide si fermò, pareva aspettarmi.
– Tuo padrino è morto, vai a casa ora. – così, senza preamboli.
Balbettai qualcosa e mi voltai a destra, verso l’ingresso laterale di quel mercato sempre pieno di vita e di umanità, e pensai che non lo avrei più visto entrare da lì, venirmi incontro e baciarmi – ciao Francoli’ . –
Mio padrino era alto, portava sempre camicie colorate e un foulard rosa, pantaloni in gabardine e un profumo delicato. Era raro, in quegli anni ’60. Viveva la sua omosessualità in maniera naturale, la rivendicava, e naturale veniva vissuta dal paese. Era colto, amava i quadri e le cose belle e viveva intensamente.
La sua morte è tuttora avvolta nelle tenebre, anche se poi molti sapevano. Chissà cosa ne avrebbe scritto Sciascia.
Solo dopo tanti anni ho potuto ricostruire , almeno parzialmente, quello che a me ragazzino nessuno diceva, comprendendo i motivi, che erano un misto di pudore e rispetto per una persona che, forse, anzi certamente, era morta vivendo liberamente.
Ancora adesso, da chi lo ricorda, viene nominato con rispetto e ammirazione.
Io lo ricordo con amore e affetto, col suo incedere ieratico e la sua candida camicia e il suo profumo avvolgente.