La porta di quella casa abbandonata scricchiolò rumorosamente, ma non spaventò Pepè.
Pepè era un bambino che viveva nel parco di una grande città.
Era una città che non vedeva i bambini come lui, infatti Pepè era invisibile e non si vedevano i suoi vestiti stracciati e il suo volto sporco di fango.
Un giorno aprì i suoi occhi neri, e capì di essere solo, solo con le stelle e la luna e un piccolo pettirosso muto che non lo abbandonava mai.
Mangiava quello che trovava e quello che la natura regalava, anche se poco. Era felice, però, era felice perché era curioso, tanto curioso, e questo gli bastava.
Quel giorno decise di entrare in quella casa enorme e abbandonata. Chissà perché quel giorno, nessuno lo sa, ma quel giorno cambiò la sua vita per sempre.
Era buio, e Pepè dovette abituare gli occhi prima di vedere le ragnatele che avvolgevano ogni cosa. Il pavimento in legno pareva dovesse cedere a ogni passo, ma Pepè fremeva dalla voglia di visitarlo e non ci faceva caso.
Ora che si era abituato al buio il ragazzo poteva vedere tutti quei giocattoli, quelle bambole e super eroi giacere inermi e abbandonati – ma quanti sono?- pensò sorpreso – sono decine e decine, e sono tristi. –
In quel momento una vocina lo fece sobbalzare – siamo tristi si! –
Pepè si voltò col cuore in gola , guardò a destra e poi a sinistra ma non vide nessuno.
– sono qui, sopra di te. –
Guardò in alto e vide quello che pareva un ragno, ma non era un ragno, pareva soltanto perché il suo sorriso era quello di un umano. – chi sei?. – chiese il ragazzo.
– sono l’uomo ragno, quello originale, mi hanno scartato per via di una gamba più corta. –
L’uomo ragno originale discese con agilità, e solo allora Pepè si accorse che zoppicava un po’ .
– ma gli altri sono tutti morti? – chiese , temendo la risposta.
In quel momento la luce si accese e quelle centinaia di figure inanimate iniziarono a sgranchirsi le gambe, grattarsi la testa , muovere le braccia.
Pepè svenne per lo spavento e, quando riaprì gli occhi, vide una fanciulla dagli occhi verdi e una cicatrice sulla guancia.
– non aver paura, noi siamo tutti pacifici, e ti aspettavamo. –
– come mi aspettavate. –
– lo scoprirai dopo, caro Pepè. – disse uno vestito da Superman a cui mancava un braccio.
Nel frattempo, si sentì un frastuono dal basso, delle voci alterate.
– tranquillo, sono Stanlio e Ollio che litigano, uno crede di essere stato dimenticato mentre l’altro gli da ragione, e quindi litigano – ma se gli da ragione, perché litigano? –
– Vallo a capire, sono dei pazzi quei due. –
Pepè era frastornato, ma il suo cuore impazziva di felicità perché quella casa era piena di una energia e di un amore che lo avvolgeva, lo accarezzava e pensava che, se lo avessero accolto, non sarebbe più andato via.
Il pettirosso silenzioso volteggiava impazzito tra le stanze di quella casa, mentre un pappagallo lo inseguiva
e gli parlava senza ottenere risposte. Pepè capì che, forse, stava nascendo una storia d’amore.
– vieni con me, ragazzo. – disse la fanciulla dagli occhi verdi – ti porto in un posto . –
Oltrepassarono un buio corridoio, poi lei aprì una porta e discesero delle lunghe scale. Pepè stringeva quella calda mano elettrizzato e impaziente di scoprire dove lo stava conducendo.
– ci siamo quasi, Pepè. – e mentre finiva la frase si udì un fischio prolungato e un rumore di ferraglie.
Una tenda separava la scala da quella che a Pepè parve una enorme officina meccanica, e dove un esercito di folletti, giraffe e pupazzi spelacchiati armeggiava tra rotaie, vagoni letto e ristorante di un lunghissimo treno , quasi arrugginito.
– questo è il treno che ci porterà nel luogo dove saremo tutti uguali. –
A Pepè i treni erano sempre piaciuti: lo sbuffo del vapore, lo stantuffo che fa girare le ruote e quel fischio che promette mète lontane e meravigliose.
– noi aspettavamo te per muovere tutto questo, per tornare a vivere e poter finalmente andare nel posto dove saremo finalmente felici. –
– perché aspettavate proprio me. -chiese Pepè-
– perché tu sei invisibile e inutile come noi, per quegli là fuori.
Pepè pensò di non aver capito, ma tanta era la meraviglia per quel treno che non gli importò : voleva assaporare l’ebbrezza e l’emozione di salire su quella locomotiva.
Uno sbuffo enorme avvolse quella enorme officina e, quando svanì, tutti gli abitanti della casa erano in fila per entrare nel treno. Il pettirosso silenzioso si poggiò sulla spalla destra del ragazzo, mentre il pappagallo si poggiò su quella sinistra, si parteeeeeeee – gli bisbigliò nell’orecchio.
L’eccitazione quasi faceva vibrare il treno, Pepè osservava i suoi nuovi amici e non aveva mai provato una felicità così grande con il cuore che batteva incontrollato.
– apri il finestrino, e senti l’aria fresca della campagna. – disse la fanciulla dagli occhi verdi.
Era bellissima quella campagna ondulata e lussureggiante dove, in alcuni casolari, usciva del fumo dai camini con delle caprette che giocavano sui prati.
Pepè pensò che era troppo per lui, era troppa quella inebriante sensazione di libertà e fratellanza.
– so cosa provi. – era un uomo grasso e buffo con bombetta e due fini baffetti. – non aver paura, nel posto dove andremo sarà sempre così. E’il posto dei sogni, dei sorrisi, della giustizia e della libertà. –
All’improvviso, il treno accelerò. Lo fece in maniera improvvisa ed entrò in un tunnel buio. Pepè si spaventò, e chiuse gli occhi ma quell’attimo che pareva eterno finì subito e fu investito da una luce fortissima. Aprì i suoi occhi neri e vide il paradiso.
Una pianura lussureggiante, dove i girasoli parevano sorridere a quel treno pieno di quella gente fino a poco prima inutile e abbandonata, e dove le mucche al pascolo muggivano al loro passaggio.
Con uno stridio di freni e un fischio prolungato il treno si fermò dinanzi a un’enorme caseggiato fatto di mattoni bianchi.
Tutti scesero tra scherzi, risate e giochi.
Tutto pareva naturale.
Tutto pareva meraviglioso.
C’era un cartello dove c’era scritto Benvenuti, e un omone grande con la barba bianca che sorrideva con i suoi denti bianchissimi.
– Salve a tutti, qui siete a casa. – diceva
A un certo punto Pepè senti il suo nome, ma non capì da dove arrivasse quella vocina. Girò la testa a destra, la girò a sinistra ma niente – Pepè – insistette la vocina.
Allora , il ragazzo alzò la testa e vide il pettirosso che sorrideva mentre si poggiava sulla sua spalla sinistra.
– ma tu parli? – disse super sorpreso.
– l’ho scoperto adesso che parlo, è bellissimo. –
Questa è la storia di Pepè.
Pepè e i suoi amici vivono ancora in quella terra meravigliosa dove tutti sono importanti, e nessuno invisibile.