Qualche anno fa decisi di andare a Cinisi, il paese di Peppino Impastato.
Durante il volo avevo sempre in testa quel trafiletto, perso in mezzo a altre notizie, in cui un giornale nazionale relegava la sua morte a un semplice fatto di cronaca. “Esponente di Democrazia Proletaria salta in aria preparando un attentato”. Io avevo 15 anni e chissà perché quella lettura mi apparve falsa. Non sapevo nulla di Peppino Impastato, non sapevo nulla della sua lotta alla mafia, eppure mi sembrò una notizia sbagliata. Lo stesso giorno venne trovato il cadavere di Aldo Moro e quella era la notizia.
Sulla strada per Palermo la lapide in ricordo della strage di Capaci.
Cinisi è un piccolo paese e, pensai, trovare la casa di Peppino non sarebbe stato difficile. Quella casa che per volere della mamma Felicia doveva rimanere sempre aperta. Mi sbagliavo : fu difficilissimo. Nessuno lo nominava, alcuni rispondevano indifferenti “ah, quello dei Cento passi”. Fu traumatico.
Decisi di andare in Comune, vicino al punto in cui il 7 maggio Peppino fece l’ultimo comizio per le elezioni comunali.
Trovai due vigili urbani, chiesi “ah, quello dei cento passi.. la casa sta lì in fondo, ma sta chiusa”, e mi liquidarono.
La trovai, infine. La casa di Peppino. Indugiai prima di entrare. Mi feci forza e lo feci.
Venni accolto da Caterina, una volontaria che lavorava per tenere vivo il suo ricordo, la sua straordinaria esperienza politica. Chiesi di potermi sedere un po’ perché non riuscivo a tenere a bada i miei battiti. Dopo, guardai le foto, i poster, i volantini delle tante battaglie politiche. La sua lotta di Comunista per liberare la sua realtà dalla “montagna di merda” che è la mafia. Un esempio di teoria marxista praticata.
Caterina, non so perché, mi fece il regalo di farmi salire in quella che era stata la sua stanza – non lo facciamo mai. – quasi bisbiglio’.
Ero nella sua stanza. I suoi libri, i suoi dischi. Fu una sensazione che ancora oggi mi sovrasta. Il libretto rosso, la sua carta d’identità. Di fianco, la stanza del padre e di mamma Felicia. Dalla finestra, a destra, la casa di Tano Badalamenti ” Tano seduto”, a soli cento passi.
Dopo, in strada, mi sedetti in un bar. Pensavo, vista l’indifferenza e l’ostilità, che il suo sacrificio fosse stato vano.
Il barista servi’ da bere, fu gentilissimo e non mi fece pagare. In quella terra di silenzi i simboli urlano. Era il suo modo per farmi capire da che parte stava.
” Passeggio per i campi con il cuore sospeso nel sole”.
Ciao, Compagno rivoluzionario.