Franco Cadoni scrittore per bambini

MATTIA

M

Il canto del gallo arrivò puntuale. Era ora di alzarsi. Mattia si liberò della sudicia coperta, e si stirò. Nonostante le sue giornate fossero lunghe e dure provava sempre un piacere al risveglio. Il canto del gallo, l’odore del caffè , che Barbablù , puntuale , gli preparava , e l’odore dell’alba così intenso e inebriante. Era l’unico momento magico, poi solo urla e insulti.

Non aveva mai saputo come fosse venuto al mondo, non aveva mai conosciuto una carezza, sapeva soltanto che quella era la sua condizione . I maiali sono maiali, le galline sono  galline, il vento è il vento, il miserabile è il miserabile. È una condizione, tutto qui.

Era magro Mattia, aveva capelli ribelli e due occhi neri e profondi .  Era magro, ma era forte. Niente lo avrebbe fermato. Il duro lavoro, le umiliazioni e le angherie non lo avrebbero mai piegato . ci sarebbe stata sempre un’ alba e quei preziosi momenti che tanto amava; unici e tutti suoi.

Mister O. lo aveva trovato in un vicolo maleodorante. Dormiva e puzzava come una capra. La puzza per Mister O.  non era mai stata un problema. Era sempre vissuto tra maiali, capre e galline riuscendo a restare vivo, vegeto e sano come un pesce , quindi quel randagio maleodorante sarebbe stato il suo schiavo. Del resto mi costerà un tozzo di pane, pensò.

Lo risvegliò il canto del gallo e l’odore della paglia , insieme alle urla di quel vecchio sdentato e ostile.

  • Alzati, sfaticato, non sei qui in vacanza. –

Mattia si alzò , senza capire. L’unica cosa che sentiva era il forte battito del suo cuore  e una irresistibile, istintiva voglia di fuggire.

  • Prendi quella scopa e pulisci la porcilaia. –
  • Dove è la porcilaia? –
  • Fuori a sinistra, cretino. –

Mattia non aveva mai visto dei maiali. Aveva paura a oltrepassare quel recinto .  Piano, aprì la porta cigolante dai cardini arrugginiti, fece un profondo respiro, ed entrò.

Quei pochi maiali ronfanti lo accolsero indifferenti, beati nella loro indolenza. Questo tranquillizzò il ragazzo, che iniziò a pulire. A un certo punto il più grasso gli si avvicinò, lo annusò e se ne andò. A Mattia parve cogliere un ghigno di disgusto nel suo viso. – Puzzerò più di loro, sicuramente. – pensò avvilito.

Non aveva ancora finito il lavoro che Mister O. gli lanciò una pietra , che per fortuna gli sfiorò la testa, lo chiamò a se e gli indicò una catasta enorme di legna.

  • Porta tutto nella legnaia là in fondo, fallo veloce se non vuoi saltare il pasto.-

Quando ebbe finito, il sole era già alto e Mattia si sedette su un tronco dentro la legnaia. Il sudore gli colava come se si fosse immerso nel fiume, e solo allora riflesse sulla sua condizione. Cosa faceva lì, come c’era arrivato , soprattutto chi era quello che gli urlava come fosse il suo padrone?

Una mano gli sfiorò la spalla, Mattia sussultò e si voltò. Era un vecchietto con le spalle curve . Istintivamente il bambino si alzò e lo guardò spaventato.

  • Tranquillo, ragazzo siedi e riposa, ne hai bisogno. –

Aveva una voce sofferta ma rassicurante. Mattia si tranquillizzò ,e risedette. Il vecchio gli porse un bicchiere d’acqua e un pezzo di pane.

  • Mangia che ne hai bisogno, la giornata sarà lunga. –

Mattia fu tentato di fargli mille domande, ma tacque. Mangiò avidamente quel pezzo di pane e si accorse di avere una gran sete. Il vecchio gli riempì di nuovo il bicchiere e andò via.  Il ragazzo non era abituato alle attenzioni, non ne aveva mai avute.  Da quando era scappato da quel postaccio era stato scacciato ovunque, e questo sapeva essere il suo destino. Doveva crescere in fretta perché la strada era dura , mica c’era solo lui in quella condizione. Molti altri ne incontrava e contendersi gli avanzi di cibo lasciati dai più fortunati non era facile. Contendersi un giaciglio comodo lo era ancora di più, quindi doveva essere forte e non auto commiserarsi.

Ora era lì, aveva un tetto e un pezzo di pane, quindi .

L’urlo di Mister O.  lo distolse da quei pensieri. Uscì di corsa, c’era da dar da mangiare ai maiali.

Quel primo giorno stava per finire. La furia del suo padrone pareva placata. Iniziava a far freddo ,e Mattia odiava il freddo. Non era solo il freddo che odiava, ma anche la sera. Una struggente malinconia lo assaliva. Era come se il cuore finisse in gola e gli levasse il respiro. Durava poco, ma era una brutta sensazione. Forse perché ancora le stelle non apparivano in cielo, forse per quell’odore , che non sapeva definire, di cui aveva nostalgia senza sapere perché,  forse…. Mattia  non lo sapeva perché ma stava male. Quando passava sentiva una stanchezza insolita per uno come lui , e si addormentava.

Passarono le settimane, e poi i mesi, Mattia si era abituato a quelle giornate sempre uguali. Qualche volta, non sempre, nei rari momenti di riposo, soprattutto la sera , andava a trovarlo Barbablù. Questi  era sempre più curvo, col passo malfermo e un tremore continuo alle mani.

  • Posso farti una domanda, Barbablù? –

Il vecchio fece solo un cenno col mento, e Mattia intuì che fosse un si.

  • Perché ti chiamano Barbablù? –
  • E’ una lunga storia ragazzo, non ho voglia di raccontarla. Dimmi, piuttosto, hai intenzione di rimanere molto in questo posto? –

Mattia non sapeva cosa rispondere, non se lo era mai domandato. Il vecchio lo intuì e allora riprese raccontando le meraviglie del mondo, della bellezza di molte città e della gioia che dava l’istruzione.  Mattia ascoltava, ma non riusciva nemmeno con l’immaginazione a dare un significato a quelle parole.

  • Cosa è l’istruzione? –

Il vecchio si alzò e andò via. Tornò dopo un bel po’ con in mano un libro e lo porse al ragazzo. Mattia lo prese con le due mani come se fosse un oggetto bollente, lo aprì e vide delle figure con dei segni che non riusciva a comprendere. Non aveva mai visto né aperto un libro.  Le mani tremanti di Barbablù lo ripresero, e questi si sedette lentamente e lo aprì , inforcò degli occhialini, a cui mancava una stecca, e iniziò a leggere. Mattia si faceva dondolare da quella voce e , ascoltando quelle parole, iniziò per la prima volta a immaginare. Sapeva cosa era un fiume, cosa un fiore e le stelle e la luna, il calore del sole e l’abbraccio del vento ma non sapeva che altri, istruiti e adulti, potessero dare forma a quelle sensazioni. Chiuse gli occhi, e si addormentò. Non aveva mai dormito così bene e con sogni colorati e cangianti. Non avrebbe mai dimenticato quella sera. L’indomani non ebbe altro pensiero: doveva istruirsi, quindi andare via da lì.

Andò via, infatti. Lasciò Barbablù con il cuore triste. Era la prima volta che provava un affetto così,  era la prima volta che provava affetto. Aveva con se un bigliettino con un nome,  con sotto il disegno di una dimora. – digli che sei mio amico, ti aiuterà. –

Era sera tardi , Mattia partì.  Le stelle erano luminose e gli avrebbero fatto compagnia. Dopo alcune ore trovò un posto comodo per riposare – così domattina sarò fresco e riposato. – pensò.

Tardò a prendere sonno, nonostante la stanchezza. Una volpe, furtiva, gli si avvicinò. Mattia si poggiò sui gomiti e fece cenno di avvicinarsi. Quella, titubante, lo fece, ma fu solo un attimo e , velocemente, si dileguò nel buio.

Lo svegliò lo stridio di una civetta. Mattia si stirò , e sorrise. Sapere di essere libero, di non dover lavorare dall’alba fino al tramonto lo rendeva lieve come quelle foglie d’autunno che volteggiano spinte dal vento. Si  alzò, e iniziò  camminare. Aveva fame e voleva lavarsi. Dopo un bel po’ di strada trovò un fiume , si spogliò e ci si immerse. Erano acque fresche e cristalline. Restando immobile nell’acqua poteva sentire i suoni del bosco, il cinguettare degli uccelli  e il levarsi del sole, adombrato a momenti da timide nubi. Pensò che, se fosse stato istruito , avrebbe potuto descrivere quelle cose, dare un nome a quelle sensazioni. Uscì , e si asciugò al sole. Aveva ancora più fame , ora. Mentre riprese il cammino guardava qua e là alla ricerca di qualcosa da mangiare , ma non trovò niente, allora continuò – pazienza, mangerò dall’amico di Barbablù.-

Era sera , ormai, Mattia era stanco ma sapeva di essere vicino a quella casa tanto immaginata. Era abituato ai digiuni ma ora sentiva le gambe molli.  Si sedette un attimo ,  doveva riposare.  L’aria iniziava a essere fresca e poggiò la schiena su un albero. La testa girava un po’ e chiuse gli occhi. In sogno si vedeva seduto in una accogliente cucina piena di prelibatezze e calore, ma lui non riusciva a muovere le braccia per poter mangiare, per poter saziare quella fame che lo rendeva sempre più debole. Le pietanze a una a una sparirono da quella tavola, il fuoco si spense e dalle finestre entrava un’aria gelida che lo faceva rabbrividire. Mattia cercava di alzarsi da quella sedia, ma era come incollato, mentre una pioggia gli bagnava il viso. Si svegliò spaventato,  e vide quegli occhioni  teneri e quella lingua che gli leccava le guance. Il cane abbaiò , e subito dopo fu raggiunto da un uomo con degli stivali e un cesto tra le mani.  Mattia era confuso, non sapeva se fosse realtà o sogno, cercò di alzarsi ma la testa girava e le gambe non rispondevano, mentre il cane guaiva e gli girava intorno guardando il suo padrone con occhi imploranti.  Pareva dicesse “ aiutalo” .   L’uomo si inchinò,  accarezzò quel ragazzo spaventato e lo aiutò ad alzarsi.  Il cane si allungò e , sorreggendosi sulle zampe posteriori, mise le anteriori sulle spalle di Mattia; pareva volesse baciarlo tanto era contento.

  • Ciao ragazzo, non aver paura, come vedi sei tra amici. – disse sorridendo-
  • Da dove arrivi – continuò.

Mattia , balbettando, gli racconto il suo viaggio e , frugandosi nelle tasche, cercò il bigliettino. Porse quel foglietto spiegazzato a quell’uomo gentile , che , rivolgendosi al cane, disse  –  come sempre capisci sempre prima degli altri Romeo.  Come ti chiami, ragazzo.-

  • Mattia . –
  • Bene Mattia, ora andiamo a casa, ti farai un bel bagno caldo e dopo una bella mangiata, ne hai proprio bisogno. –

Mattia aveva visto le enormi case della sua città, i loro giardini e quelle mura invalicabili, ma mai avrebbe immaginato di poterci entrare.  Quella casa era enorme, calda, piena di arazzi e quadri , una enorme scala centrale , e poi piante, fiori e un profumo che quasi lo stordì.

Gli venne incontro un anziano signore dai modi eleganti e decisi .

  • Prenditi cura del ragazzo, Giuseppe, da oggi starà con noi. –

Dolcemente , l’uomo fece strada a Mattia, mentre Romeo lo guardava con occhi tristi.

  • Stai tranquillo cagnaccio, va solo a lavarsi. –

Fu così che Mattia conobbe la piena e profonda felicità. L’acqua così calda, i vapori profumati che si levavano lo stordivano, quei muscoli sempre tesi ora rilassati lo facevano sentire come in un sogno da cui non voleva svegliarsi, anzi, pensò di essere in un sogno, non poteva essere altrimenti, lui non meritava tutto questo e sicuramente si sarebbe svegliato e si sarebbe trovato in quel lurido pagliericcio, al freddo e alla fame.  La voce di Giuseppe lo riportò alla realtà. No, non era un sogno quello, era tutto vero. Ebbe come una vertigine, due lacrime gli rigarono quelle guance,  ora rosa dal caldo, poi pianse singhiozzando, tremando mentre Giuseppe lo avvolgeva delicatamente in un morbido asciugamano.

Quando entrò in sala da pranzo la tavola era imbandita di ogni ben di Dio. L’uomo era seduto su una poltrona davanti al fuoco, fumando una pipa. Lo vide, e si alzò.

  • Ora mangiamo, ho un certo appetito . – disse bonario.

Mattia indugiò, non sapeva come iniziare. Vide l’uomo che prese una forchetta in mano e infilzò qualcosa , quindi cercò di fare uguale ma non riuscì.

  • Mattia, facciamo che tu oggi mangi come hai sempre fatto poi, domani, inizierai a imparare, grazie a Giuseppe, il modo giusto di prendere le posate e stare a tavola. –

Mattia annuì, e iniziò a mangiare. Mangiò fino a che non si sentì male, mangiò fino a che quell’uomo generoso non gli disse – ora basta figliolo, avrai da mangiare tutti i giorni, non preoccuparti. –

Quella notte Mattia dormì un sonno profondo, senza sogni.  Lo svegliò Romeo, che era salito sopra quel letto grande e morbido, a leccarlo e guardarlo con i suoi occhi innamorati. Fece un ululato di felicità scodinzolando e saltando. Da quel momento non lo avrebbe più lasciato per un secondo.

A colazione trovò quell’uomo alto e bonario, che gli disse – da oggi imparerai a leggere e scrivere, dovrai farlo con impegno e dedizione perché sarà la tua arma contro ogni cosa. Imparerai la bellezza della scoperta e dell’immaginazione così da coltivare il dubbio più che la certezza….-

L’uomo continuò , ma Mattia non stava capendo più già da un pezzo, però una cosa sapeva : leggere sarebbe stato fantastico, come quella volta con Barbablù. Non gli sarebbe importato della fatica, avrebbe dato tutto se stesso per quell’obiettivo, fosse solo per ripagare la generosità di quell’uomo.

Da quel giorno le giornate di Mattia furono scandite , regolari, da lezioni  e compiti. Imparò a leggere e scrivere, imparò nomi di paesi sconosciuti, le loro capitali, inciampò sui numeri e le tabelline. Giuseppe era sempre paziente, ma rigoroso.  Romeo lo guardava con i suoi occhioni teneri , impaziente di uscire e scorazzare per i campi. Era una monotonia meravigliosa. La conoscenza era meravigliosa. Ogni tanto il ragazzo si concedeva una pausa e correva alle cucine, dove Maria e Rosa lo viziavano con i dolci. Così passò il tempo. Ogni tanto quell’uomo buono e generoso dava delle feste. Erano amici e amiche simpatici, e Mattia veniva trattato con amore e gentilezza. La sera, con Romeo a fianco nel letto, e dopo aver letto qualche pagina di un libro, il suo pensiero andava a Barbablù , – chissà come sta, chissà se si ricorda di me. – e si riprometteva di andare a trovarlo, appena possibile.

Quel giorno pioveva. Tuoni e fulmini, e un vento gelido da est. Mattia si svegliò ai guaiti di Romeo. Il cane pareva impazzito, saliva sul letto e riscendeva, pareva indicargli di seguirlo. Un fulmine illuminò la stanza , Mattia si alzò, si grattò la testa, mentre Romeo corse per le scale. Qui, saliva Giuseppe , piangeva,  il ragazzo rimase impietrito aggrappato alla ringhiera. Smise di pensare, di respirare. Giuseppe lo prese per mano, gli accarezzò la testa e, piano, lo condusse nello studio.

Mattia vide il cane accucciato che guardava in alto, mentre lui il coraggio non lo aveva. Giuseppe gli mise una mano sulla spalla, e dolcemente gli sussurrò all’orecchio – il nostro amato è volato in cielo. –

In quel momento si scatenarono le furie del vento e della pioggia, e Romeo ululò all’infinito.  Pareva la fine del mondo, e lo fu per Mattia. Niente sarebbe rimasto uguale. Quell’uomo buono si era accasciato e aveva chiuso gli occhi, per sempre.

Nelle ore successive arrivò il medico, arrivarono amici che avevano riempito quella casa di risate ;  avevano ora facce tristi e affrante, alcuni piangevano inconsolabili, mentre Mattia osservava tutto ma non sentiva niente, non provava niente. Era insensibile , di ghiaccio. Non parlava, non respirava , non sentiva. Il suo sguardo era fisso in un punto, e nemmeno la vicinanza di Romeo scacciava quel freddo che era penetrato nel suo cuore.

Quando tutto si fu svolto , nella grossa dimora regnava un silenzio irreale. Tutto il personale era nelle cucine e Mattia, seduto nella poltrona del vecchio Signore, sentiva bisbigliare frasi incomprensibili da cui , però, sentiva nitidamente fare il suo nome. Dopo un po’ si avvicinò Giuseppe, si sedette nella poltrona di fronte, mentre Romeo alzò il muso triste e guaì sommesso.

  • Mattia, devo dirti qualcosa di molto doloroso, molto doloroso per me e per tutti, ma soprattutto per te. –

Mattia ascoltò Giuseppe, ascoltò quelle parole che avrebbero gettato chiunque nella disperazione, ma non lui …. Lui era insensibile, ora, quelle parole erano un’eco lontana, un bisbiglio impercettibile. Accarezzò Romeo , e si alzò. Andò nello studio, e aprì un libro.  Non vedeva quelle righe, quegli occhi grandi erano appannati e il corpo paralizzato.

  • Bene, miei carissimi, come sapete sono io, ora, il vostro padrone . – disse con un ghigno sinistro quel nipote scapestrato e superfluo, unico erede del vecchio Signore.
  • Molte cose cambieranno da questo momento, voglio vedere questi cambiamenti radicali già da oggi.  Questa casa smetterà di essere un vecchio museo; voglio aria, musica, feste e tanto altro, quindi via quei libri inutili …. spazio, spazio … voglio balli e canti e vino a fiumi, e non voglio cani e bastardi qui dentro. –

Romeo fu rinchiuso in una gabbia, incatenato.  Le chiavi del lucchetto le aveva il dispotico nipote .

  • Nessuno si avvicini a quel cagnaccio. Ringrazi il signore che non lo uccida, a volte esagero con la generosità. –

Vedere il suo Romeo incatenato, triste, fece impazzire Mattia. Gli strazianti ululati notturni erano impossibili da sentire,  per questo il ragazzo si metteva le mani nelle orecchie, mentre le lacrime inzuppavano il vecchio cuscino del suo misero giaciglio.

Era diventato lo schiavo del padrone. Doveva servire, pulire e soddisfare qualunque vezzo e vizio di quell’inutile e volgare persona. La sua giornata iniziava all’alba e finiva a notte inoltrata e, quando c’erano feste , pure di più.  Approfittava , allora, per mettere un po’ di cibo in tasca .

  • Tieni Romeo, questo è per te. –

Il cane mangiava sempre più stancamente, era sempre più triste e magro, allora Mattia, con i libri che era riuscito a tenere, gli leggeva delle storie. Lui ascoltava , con quegli occhi che in quel momento parevano nuovamente brillare, e sommessamente guaiva.

  • Ti porterò via da qui, te lo prometto amico mio. –

Quell’inutile essere diventava sempre più crudele e perfido.  Durante una delle solite feste ,costrinse Giuseppe a ballare per lui.

  • Su Giuseppe, balla per noi. No, non così, devi spogliarti e tenere un vassoio in testa senza farlo cadere. – disse sghignazzando.
  • Ma Signore … io … io non so ballare , e poi sono malfermo sulle gambe …. vi prego . –

Quello, incurante, lo minacciò e, tra risate e urla degli ospiti, lo costrinse a ballare.

Giuseppe ballò, ballò e pianse per l’umiliazione.  Quando il vassoio gli cadde, fu preso a spinte e calci da tutti gli ospiti. Strisciando , raggiunse lo studio e lì rimase, dolorante, umiliato e disperato.

Mattia , dalla finestra, aveva assistito a tutto, impotente, e in quel momento decise che avrebbe salvato Giuseppe e Romeo da quell’aguzzino.

Aspettò che tutti dormissero e, dalla porta sul retro della cucina lasciata aperta, entrò nella casa, si avvicinò all’aguzzino e dalla tasca prese delle chiavi, entrò nello studio con i vestiti di Giuseppe

  • Amico mio, sono io, riprenditi, ti porto via da qui. –

Giuseppe, dolorante e con fatica, si rivestì e, sorretto da Mattia, uscirono da quella casa.

Mattia lo fece sedere su una panchina del giardino – aspetta qui un attimo. – e si avviò verso la gabbia di Romeo.  Il cane stava accucciato, ormai sfinito, in fondo a quel recinto ormai maleodorante. Solo gli occhi parevano vivi. Mattia aprì la porta col mazzo di chiavi e , con molta fatica, prese in braccio  Romeo. Il cane lo guardava e non capiva.  – andiamo, cucciolo, andiamo via da qui, solo che mi devi aiutare, ora mangi questo cibo, bevi e poi trovi le forze per correre, va bene?-

Porse il cibo al cane, che stavolta mangiò avidamente, bevette per un tempo interminabile , e finalmente uscirono da quel carcere.

Andarono da Giuseppe, e andarono via.

La notte era fredda, molto fredda, e Giuseppe camminava a fatica.

  • Coraggio, trova la forza, noi siamo qui con te. Lo vedi Romeo come ti guarda? Vuole che trovi la forza , abbiamo bisogno di te. –

Il cane sembrava moltiplicare le forze man mano andavano avanti. Andava avanti in perlustrazione e pareva dicesse – tranquilli, è tutto sotto controllo- .

In cielo le stelle parevano ora più luminose.  Arrivarono su una collina da dove si intuiva una vallata .

  • C’è un ruscello qui di fianco. – bevvero a sazietà , mentre Romeo sguazzava felice, finalmente libero.

Mattia e Giuseppe lo guardavano, e sorridevano.  Oltre la vallata, oltre le montagne il sole stava per sorgere.

Leggi i miei articoli

Franco Cadoni

4 Commenti

di Franco Cadoni
Franco Cadoni scrittore per bambini

Your sidebar area is currently empty. Hurry up and add some widgets.