Era avvolto in un lenzuolo candido Toneddu, un bianco sudario. In quell’alba livida, dove i profumi facevano intuire il risveglio della natura dopo un gelido inverno, quel lenzuolo bianco contrastava con la morte violenta di quel sicario che fino a qualche settimana prima aveva terrorizzato il paese di Ittiri.
Aspettando il giudice, il Maresciallo aveva capito tutto. Sotto quel muretto a secco perfettamente allineato c’era il cadavere di un uomo che era stato tradito. Non c’era sangue intorno, non c’era sangue nel lenzuolo quindi era stato ammazzato da un’altra parte. L’autopsia dimostrò che era stato pugnalato per tre volte alle spalle. Le foto nel suo fascicolo, nell’archivio del tribunale di Sassari, mostrano un giovane uomo, aveva 26 anni, con un corpo asciutto e muscoloso, insomma un bel ragazzo, e questo probabilmente fa intuire qualcosa di quello che successe un pò di tempo prima.
Ittiri, negli anni precedenti quel 1927, aveva conosciuto un periodo di grande crescita economica e culturale. Sull’onda della rivoluzione bolscevica si erano create organizzazioni di ispirazioni socialiste e , con queste, rivendicazioni sindacali e lotte contadine oltre una fertile attività culturale.
Le grandi famiglie proprietarie di terre e genti erano preoccupate di perdere i loro privilegi parassitari , quindi si organizzarono e, in modo vigliacco, assoldarono delinquenti da altri paesi: dovevano intimidire, minacciare e, se era il caso, uccidere. Toneddu era uno di questi, Toneddu era il più violento.
Alloggiava nella centrale piazza Marconi, spesato di tutto. La famiglia che lo aveva assoldato aveva soldi e potere. Il potere di chi sta dalla parte del più forte. Infatti, anche a Ittiri il fascismo era sbarcato col suo carico di violenza e sopraffazione. Il Podestà era amico della famiglia , quindi il Toneddu poteva imperversare impunito.
Solo che, solo che come nelle tragedie greche e in quelle degli essere umani un fatto, un imprevisto può cambiare il volgere della storia.
Mariangela era una bella giovane. Bene educata, trattata come una regina. Era l’orgoglio della famiglia e il padre, duro e spietato , con lei era dolce, comprensivo. Non era ancora nato qualcuno alla sua altezza, qualcuno che gliela avrebbe portata via. Mariangela era perfetta nel ruolo della donna del tempo. Sapeva tessere, ricamare e cucinare ma soprattutto sapeva stare al suo posto, un posto comodo e rispettabile.
Aveva notato quel giovane straniero. Teneva la testa bassa quando serviva il vino nel servizio buono. Solo un fremito la attraversava quando si avvicinava a quel giovane silenzioso. Sentiva quegli occhi guardarla furtivi , sentiva qualcosa.
Così ogni volta. Le sue giornate continuavano uguali ma quel pensiero la attraversava, un balenio che veniva scacciato immediatamente. Era un pensiero che non poteva permettersi.
Toneddu era come un animale, sentiva come un animale. Sapeva che poteva osare, e osò.
Quella mattina Toneddu andò a casa di Mariangela. Il cielo era terso, l’aria frizzante. Bussò, la serva aprì. Pasquale aspettava Toneddu, voleva le novità su un certo affare. Non immaginava neppure lontanamente quello che passava per la testa del suo sicario.
Il giovane , sfrontatamente chiese la mano di Mariangela. Pasquale bevve tranquillamente il caffè appena servito, fece un mezzo sorriso e pensò a uno scherzo. Nel frattempo arrivò Giovannantonio, il fratello minore di Pasquale. Toneddu ripetè il concetto, i fratelli si guardarono , e risero. No, non era uno scherzo: era una richiesta inaudita. Come poteva questo ignorante, delinquente piccolo uomo osare solamente immaginare una cosa del genere.
Furono frettolosi nell’accompagnarlo alla porta, col disgusto dipinto palesemente in volto.
Toneddu, ormai in strada, si voltò e disse loro – io torno tra un mese, se la risposta non è si ammazzo voi e Mariangela . –
Non sappiamo cosa successe in quel mese, non sappiamo se Mariangela e Toneddu si erano amati, siamo nel campo delle ipotesi e del pettegolezzo qui, anche se solo bisbigliato visto il potere della famiglia, ma le indagini autoptiche
sul corpo della povera ragazza fugarono ogni dubbio e illazione. La cosa certa fu che Toneddu mantenne la promessa.
Trenta giorni dopo calpestò il basolato di quella via stretta e centrale. Bussò alla porta, entrò e sparò prima a Mariangela, uccidendola, poi al padre e allo zio ferendoli gravemente. Si voltò e, con calma se ne andò.
Era quasi sera in quel capanno. I tre avevano appena ucciso un agnello. Toneddu, latitante da circa un mese, stava seduto e beveva il suo vino. Il padrone di casa incise all’interno le zampette e fece un triangolo che andava dal collo verso il petto: preparava l’agnello per scuoiarlo. Lo appese a un gancio, lo scuoiò davanti, poi lo girò. Chiese aiuto a Toneddu, che si alzò per continuare l’operazione. La fiamma del fuoco acceso baluginava allungando le ombre sinistre di quegli uomini forti, duri. Toneddu risultava di spalle, tre fendenti lo trapassarono all’altezza del cuore. Morì subito, senza un lamento.
Lo spogliarono, lo pulirono e bruciarono i vestiti, poi lo trasportarono sotto quel muretto a secco perfettamente allineato, lo adagiarono e lo coprirono con il lenzuolo. Forse un rigurgito di pietas, forse… chissà.
Tutti capirono, le indagini furono frettolose e chiuse subito.
Sono passati cento anni, pare ieri.